Come un ananas

Rimase immobile a guardare la mano che afferrava l’ananas, mentre diventava sempre più distinta l’immagine per anni rimossa. All’improvviso, in un supermercato della provincia americana, poteva sentire echeggiare i rumori del campo, gli ordini nella sua lingua madre e l’abbandono della condanna. In mezzo a una costellazione luminosissima di banchi e scaffali, c’era solo quella mano che teneva l’ananas: in un sostanziale allineamento tra ricordi. Una esibizione più o meno fatua che diventava razionalità scientifica, quella mano esisteva, inconfondibile tra miliardi d’altre, era sfuggita al tempo e alla geografia, ma non al suo sguardo. I suoi occhi erano sempre rimasti fissi su quelle dita, su quella pelle, trama di vene e nocche e pieghe, ne avevano misurato ogni parte, seguito segretamente l’invecchiamento, perché da quella mano era scaturito l’esodo. L’inattesa sensazione di spaesamento la riportava alla fila, al momento emblematico prima della doccia. Adesso rivedeva il medico, poteva risentire la sua voce, il freddo della paura e quello della stanza, le facce sconsolate intorno, e la nobiltà di sua madre anche da nuda. Le appariva un manifesto alle spalle del medico ma con i caratteri sfocati, vedeva il soldato e la donna ritratti, non riuscendo, però, a leggere lo slogan. Le apparvero le punte lucidissime di cuoio nero, gli stivali del medico, che non poteva non fissare, mentre le sue mani la ispezionavano, sconfinando per la prima volta il riserbo e sfociando in una vendetta senza motivo. E le sue scarpe rosse, sottratte. Sentiva il crepuscolo lugubre dell’ordine – a differenza delle altre poteva comprendere la lingua – che le arrivò addosso e subito le scandì il passo. Il riflesso condizionato del dolore induce a cercare il simile per capire come sta reagendo, ma il simile è smarrito, perché non ha capito che le stanno portando alle docce, magari sta ricorrendo a una furbizia retorica per auto-ingannarsi, ma lei no, non può, ha capito, è consapevole, anche se è la più piccola della fila, nella straniante precisione del disegno. Fa in tempo a leggere sulla porta il nome del medico, che sente come un rinvio a una prossima puntata, una sensazione che annulla la dipendenza gerarchica, quasi un senso di libertà da quella situazione, fuori dai tic militari, un temporeggiamento interiore, rispetto alla soluzione che sta per subire. Si identifica con una tovaglia, linee verticali e orizzontali che si incontrano, in mezzo fiori, e lontano, nell’altra fila, sua madre. Adesso sapeva che si potevano combattere lotte sotterranee con il proprio pudore e perderle senza appello, scegliere di sottrarsi a qualunque azione che generasse dolore altrui e riceverne simmetricamente senza riguardi, uscendo in fretta e per sempre dalla vita per la decisione di un medico che ti ritiene inabile destinandoti alla doccia. Ti considera un ostacolo rispetto alle direttrici del campo, non importa l’età, né tutto il resto, nell’affollamento d’umanità e mescolanza tribale, ci si ritrova nudi e spinti, la testa svuotata e nemmeno il tempo per l’ultimo grido, l’ultima impronta come fastidio e disubbidienza a una condanna senza reato, un dato nel successo esuberante della Endlösung der Judenfrage. Manca poco all’ingresso nelle docce quando sente la mano sulla spalla che la tira via con forza. Un soldato delle SS la tira via, senza dirle nulla, senza guardarla, lei sente e guarda la mano, si lascia trascinare, si sente un ananas, ma questo lo sa solo ora in un supermercato lontano dall’Europa e da Auschwitz dove le persone possono permettersi una benevola negligenza, possono dimenticare quelle file, quelle docce, e quella mano che l’ha sottratta alla morte, forse per uno scambio di persona, un colpo di fortuna, o chissà che altro.

[a Carla Cohn]

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