Giacomo Papi: né radical né chic

“Il censimento dei radical chic” (Feltrinelli), di Giacomo Papi, appartiene ai romanzi con una buona idea e un cattivo sviluppo. Da una parte fotografa l’atmosfera che viviamo, il rovesciamento della definizione coniata dalla scrittore americano Tom Wolfe nel 1970 e divenuta offesa da estendere a tutti – non c’è bisogno d’essere né radicali né chic –  usata persino come categoria del risentimento nei manifesti dei Cinque Stelle nel post nomina di Lino Banfi alla commissione italiana dell’Unesco, dall’altra la storia non riesce a raggiungere un punto di svolta, non andando oltre la restituzione del parlarsi addosso tipico degli intellettuali italiani. Il problema è il compiacimento, appunto, Papi – come un trompe-l’œil di se stesso – è bravo ad apparecchiare il contesto, ad assegnare le parti, a cogliere il mutamento, ma poi serve uno spettacolo che si inceppa. Perché non affonda, si tiene sul bordo, non spinge mai sull’azione, mancando di quella brillantezza richiesta al genere e che avevano questo tipo di racconti distopici quando a scriverli era Stefano Benni. “Literature is news that stays news” diceva Ezra Pound, e a questo romanzo manca lo slancio, lo stacco tra racconto da giornale e libro che inchioda la realtà e la scavalca, vediamo Papi allenarsi al salto senza mai spiccarlo. In una Italia prossima, con un Primo ministro dell’Interno molto più torvo del Salvini presente – anche fisicamente e intellettualmente diverso e che corre da mammà –, si viene uccisi dalla rabbia della gente comune che confluisce nelle Brigate Beata Ignoranza. Il primo a cadere è il professor Giovanni Prospero, la cui colpa è di citare Spinoza durante un talk show, da qui la decisione del ministro di istituire una scorta privata per gli intellettuali (a spese loro) che, però, prima dovranno iscriversi al Registro Nazionale degli Intellettuali e dei Radical Chic. Schedando si semplifica tutto a cominciare dalla lingua, attraverso “l’Autorità garante per la Semplificazione della Lingua italiana”, il lettore assiste, leggendo, a questo alleggerimento di pensieri e parole, trovando nelle pagine le note correttive del Funzionario Redattore Ugo Nucci, Frun, e vivendo lo sfoltimento in diretta. Un giochino divertente che poi si perde per insubordinazione logica del redattore. Seguono: storia d’amore combattuta, eventuale nascita di una opposizione brigatista-libraria ed esempi sulla flessibilità della nostra lingua volti ad ampliare il concetto di sguardo, le persone guardano le cose con occhi diversi e chiamano quello che vedono in modo diverso, su questo il grande libro l’ha scritto Ben Marcus, “L’Alfabeto di fuoco” (Black Coffee), questo di Papi è più un inno alla forza del pensiero (debole) che un romanzo. Diventerà il provvisorio manifesto (su seta) per difendersi dalla pochezza imperante, scatenando chiacchiere e illusioni all’interno del “dibattito” poco ideologico e molto coreografico, in attesa della prossima vendita all’incanto.

[uscito su IL MESSAGGERO]

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