Hamsik: la dismissione leggera

Con discrezione, quasi sottovoce, dopo aver aperto – per l’ultima volta – con un lancio di quaranta metri l’azione da gol di Milik via Callejon, Marek Hamsik e la sua cresta, iconica e sentimentale, traslocano in Cina come era successo all’Italsider di Bagnoli. Un pezzo di città viene dislocato, e non c’è nemmeno Daniele Sepe a suonare l’Internazionale come raccontò Ermanno Rea ne “La dismissione”, solo un mezzo San Paolo ad applaudire nel dubbio, per poi gelarsi a casa. Se ne va un simbolo, non solo un calciatore, che aveva proprio nell’estetica la sua trasgressione maggiore. La sua cresta alzata – imitatissima dai ragazzini napoletani ora lo sarà da quelli cinesi – era il simbolo di un Napoli che tornava, la sua riproducibilità andava oltre la maglia, permetteva di verticalizzare l’orgoglio e portarselo in giro. Insomma Hamsik e la sua cresta stanno nei simboli di Napoli, che non sono pochi e non sono banali. È evidente che con il suo dislocamento finisca la prima epoca delaurentiisiana, che ha segnato il ritorno tra le grandi, che ha portato vittorie e trofei (poi ci sarà sempre “un Bertoncelli o un prete” a lamentarsene) e che ha avuto nello slovacco una guida gentile e sommessa, troisiana e laterale, fuori dall’ammuina, depurata dal folklore, la faccia da ragazzo normale che esplodeva nei capelli senza mai perdere la testa. Una punta d’iceberg nella quale riconoscersi, e dove tornare quando un Higuain lasciava Napoli malamente e di notte. Un totem che univa speranze e sconfitte, hard boiled senza essere spavaldo. Un notevolissimo composto di sentimenti che appartiene a un mondo passato proprio come l’Italsider, così passato da divenire il futuro dei paesi del futuro, l’innesto che si aggiunge alla rivoluzione calcistica cinese. Ma, intanto, anche se giocava meno, anche se giocava male, quella cresta era come il Vesuvio, il posto dove lo sguardo deve andare a sbattere, anche solo per inerzia o distrazione. Hamsik e la sua cresta hanno attraversato tutta la crescita del Napoli, l’hanno guidata e resa possibile – resistendo alle sirene agitate dalle altre squadre –, hanno scalato campi e posizioni, fuori e dentro al campo, fino a far parte della nuova identità postmoderna della città. Nell’affollata babele delle voci di Napoli, nelle giaculatorie delle celebrazioni, delle facce che si selfano in sovrapposizione alla città, Hamsik e la sua cresta erano il silenzio dei fatti, l’esplicitazione della parte migliore napoletana (d’acquisizione s’intende), quella nascosta e che non è funzionale al tremendismo e alla cupezza. La sua cresta apparteneva a una simbologia di protesta proletaria e non, andava oltre i quartieri e i settori dello stadio in una abbraccio post-punk; punta respingente e per questo apotropaica (come il caro corno), quindi il suo corpo intero diveniva anima e arma della squadra e di quello che c’era dietro. Perciò serviva la musica, per questo bisogna cantarlo come fece Daniele Sepe con l’Italsider: perché integrato, perché appartenuto, e tanto amato, e quindi meritevole di un rito. Ma rimane quello dei gol, da vedere e rivedere, in un giro di giocosa sacralità che testimonia questi anni, come dice un tango: “nessuno ci può togliere quello che abbiamo ballato”, e nessuno può togliere Hamsik da Napoli, nemmeno una montagna di soldi cinesi, che si limitano ad aviotrasportarlo senza estirparlo, a mandarlo su un altro campo senza cancellarlo, e soprattutto senza cancellare la sua cresta dall’immaginario napoletano, e che lui, ora, dovrebbe tagliarsi e seppellire a Napoli.

[uscito su IL MATTINO]

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