Tom Brady: quarterback e gentiluomo

È il migliore, non il più grande. Tom Brady è il quarterback – gioca nei New England Patriots – più intelligente, più scaltro, più motivato e vincente della storia del football americano, ma non è il più grande, perché privo di pathos. È una Serena Williams rovesciata – perché bianco – che colleziona record e vittorie, mette in fila Super Bowl e rimonte, ma non riscalda i cuori. È innegabile come la sua esistenza abbia condizionato la storia dello sport americano, come è innegabile che Tom Brady sia un contenitore di contraddizioni. Tutta la sua parabola ne è piena, preferiva il baseball al football, non era un talento fin da subito – venne scelto alla chiamata numero 199 e dopo altri cinque quarterback ritenuti più promettenti –, e le schede degli osservatori dicevano: mediocre nella costruzione del gioco, troppo magro, senza esclusività atletiche e lento. Al primo anno in New England collezionò una sola presenza e un lancio di cinque metri. Serve altro? Eppure, prima di guardarlo dove è ora, dovete sapere che è uno che non ha sussulti: sembra uscito dall’America anni Cinquanta, quella con la staccionata e il giardino curato, un ufficiale e gentiluomo, composto ed educato, che si prende cura di tutto, va a letto presto e si idrata tanto (37 bicchieri d’acqua al giorno), un calvinista puritano che bordeggia la saggezza orientale, se avesse avuto almeno una volta una uscita punk (la massima è il gelato all’avocado) avremmo potuto dire che era un Salinger che giocava a football, invece niente. Eppure guardatelo ora dove è, e dove sono quelli che gli stavano davanti, gli altri quarterback, alcuni non hanno visto il passaggio dai campionati universitari alla NFL e ora hanno bar per condividere il poteva essere, e gli altri che han fatto il salto non hanno mai visto i suoi numeri. È una storia americana la sua, ma senza la fantasia da garage di Steve Jobs, piuttosto con l’ostinazione di Ray Kroc – l’imprenditore che di fatto fondò McDonald’s – perché Tom Brady non esisterebbe senza l’innesto nei New England Patriots e senza il suo allenatore Bill Belichick, per capire dovete pensare a Gianni Rivera con Nereo Rocco nel Milan. Quella di Tom Brady è una grande scalata, di un giocatore che si è costruito con una disciplina militare, non lasciando nulla al caso. Un achilleide senza mano divina, tutto umano, troppo umano, che fa sempre la cosa giusta: guida la squadra, la porta alla vittoria e poi torna alla famiglia, perfetta, hollywoodiana, che forma con Gisele Bündchen: supermodella e attrice. Guida un kolossal senza isterie, un bravissimo pilota di linea, un paragone cinematografico lo si può fare con Ron Howard e con il passaggio da Ricky Cunningham in “Happy Days” a grande regista da Oscar, dove il Fonzie di Tom Brady era Joe Montana (quarterback dei San Francisco 49ers e dei Kansas City Chiefs). È dal 2001, settembre (sì, c’è il romanzo e anche il film dietro la sua vita, arriveranno presto) che Tom Brady domina il football americano. Partita contro i rivali dei New York Jets, Brady prende il posto di Drew Bledsoe, colpito duro, e non lo lascia mai più. Ci mise un po’ a diventare decisivo, ma poi trascinò i Patriots fino al Super Bowl di New Orleans contro i St.Louis Rams, che persero per mano sua. Perché decise di continuare a far avanzare la squadra fino al punto, invece di far scadere il tempo e giocarla ai supplementari. Tirò i Pats fino a quando Adam Vinatieri ottenne i tre punti di vantaggio. A riprova della supremazia strategica su quella fisica: miglior giocatore del Super Bowl alla prima partecipazione. Il resto è storia, fino alla vittoria dell’altra sera. Ha ridotto il Super Bowl a giardino di casa con staccionata, da quando c’è Brady le apparizioni in finale dei Pats sono state nove in diciannove anni, con sei vittorie. Un soldato del Midwest che incarna la voglia di supremazia bianca e la tendenza all’espansione dell’America trumpiana.

[uscito su IL MATTINO]

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