Gordon Banks: dalle miniere al cinema di fantascienza

Parava tutto, Gordon Banks, una volta anche un cane. Era il portiere inglese che incarnava lo spirito del calcio: tranquillo, coraggioso, imperturbabile. E ora che se ne è andato a 81 anni, che ha smesso di giocare su questa terra, tutto il mondo del pallone misura la sua assenza. Adesso tutti rivedono i suoi svolazzi per prendere il pallone, ripensando al fatto che era un portiere quasi per caso. Non era di quelli col sacro fuoco che fin da piccolo voleva diventare il portiere della squadra di famiglia e poi della Nazionale, no. In porta ci era arrivato in maniera casuale. La sua città era Sheffield, ed era l’ultimo di quattro fratelli. Giocò a calcio a scuola e fu convocato nello Sheffield Boys, era bravo, tutti lo riconoscevano, ma si presentò solo sei volte, il motivo erano sia la mancanza di soldi che l’indolenza. Poi cominciò un lavoro durissimo: riempiva e trasportava sacchi di carbone, e nei fine settimana al campo ci andava a guardare gli altri giocare. Una volta un calciatore del Millspaugh lo riconobbe e gli chiese di giocare visto che erano senza portiere e lui scese in campo con la tuta da lavoro, quella del carbone. Giocò così bene che gli chiesero di restare, poi una squadra della Yorkshire League, il Rawarsh Welfare lo convocò. Nella prima partita prese 13 gol, nella seconda 3, la terza non ci fu perché gli dissero di tornarsene al Millspaugh. La vera promozione fu lasciare il carbone per i mattoni, da carbonaio divenne muratore. Meno fatica, una paga migliore e più tempo per allenarsi. Se ne accorsero tutti così passo al Chesterfield che grazie alle sue parate arrivò alla finale di FA Cup giovanile, dove lo videro quelli del Leicester City e lo acquistarono. Se l’impegno era cresciuto la sua indolenza non si era ridotta, infatti non sapeva neppure in che divisione andasse a giocare. Ma partita dopo partita arrivò anche la Nazionale e una consapevolezza che ridusse l’indolenza a zero. È del 1963 la prima convocazione, due anni dopo era il titolare indiscusso, tre anni ed era campione del mondo. Era il ’66 e non è vero come cantava Antonello Venditti che la regina d’Inghilterra era Pelé, no, era Gordon Banks, che nelle prime quattro partite di quel mondiale in casa non prese gol, ed era il più presente nei brindisi dei pub, oltre che saldo sul trono. Nella semifinale contro il Portogallo, complice il suo maggior difetto: il voler essere sempre spettacolare, uscì a vuoto, consentendo a José Torres un colpo di testa poi respinto con la mano da Charlton. Rigore e gol di Eusebio. Poi l’Inghilterra vinse la partita e il mondiale. Ma tutti ricordano Banks, per quello che accadde quattro anni dopo, nella partita contro il Brasile, al mondiale messicano del 1970, per come parò quello che sembrava imparabile. Cross di Jairzinho, Pelé, liberandosi in cielo lasciò sulla terra il suo marcatore Mullery, colpendo di testa verso l’angolo alla sua sinistra e tornando in campo con le mani al cielo gridò: “Goal”, ma Banks tuffandosi all’indietro, sulla sua destra e guadagnando secondi tolse la palla dalla porta, con un gesto incredibile, da macchina del tempo, da zona Zemeckis: cinema prima che calcio. Un supereroe. Annullare un colpo di testa perfetto di Pelé, fece di lui il migliore del mondiale, e del mondo, ed era curioso che Banks fosse passato allo Stoke perché il Leicester gli aveva preferito un giovane portiere Peter Shilton, quello che poi Maradona umiliò anni dopo sempre in Messico. Poi ci fu un brutto incidente d’auto: Banks vedeva i tiri non le auto in fase di sorpasso. “Giocare in porta è tutta una questione di geometria e geografia. Anche se mi è rimasto soltanto un occhio, sono riuscito a riabituarmi agli angoli e al giusto posizionamento”. Ma si accorse che non era proprio così. Anche se poi riapparve dall’altra parte dell’oceano nella NASL col Fort Lauderdale Strikers montando un cavallo bianco e fu anche eletto portiere dell’anno.

[uscito su IL MATTINO]

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