Maurizio Sarri: l’uomo dei sogni

Solo ventidue metri. Arriva a due rigori dal suo primo titolo, Maurizio Sarri, questa volta ci va vicinissimo, e con una formula differente. Ha davvero rischiato di vincere la Coppa di Lega inglese / Carabao Cup, ma Jorginho e David Luiz lo hanno tradito sui rigori, calciando piano e male il primo, e forte e sul palo il secondo. E a sorridere c’è ancora una volta Pep Guardiola col suo Manchester City, divenuto l’amico dispettoso che si frappone tra Sarri e la gloria. È stata una partita paradosso, perché è quella dove Sarri è andato più lontano da se stesso con una strategia differente rispetto alla sua mentalità, sfiorando la Coppa. Invece no, come il Dottor Archibald “Moonlight” Graham interpretato da Burt Lancaster ne “L’uomo dei sogni”, rimane a un tocco dal suo, e deve masticare amaro, sperando che Abramovich apprezzi lo sforzo, e comprenda la sconfitta ai rigori che è pur sempre una sconfitta a metà. Sarri ha dimostrato che può cambiare, un po’ come urla Rocky Balboa ai russi e a Ivan Drago, anche se non tutti i passaggi filano come dovrebbero, e lui il titolo, no, non l’ha vinto. Dopo un primo tempo contiano o mourinhiano – nella tradizione di famiglia – il Chelsea di Sarri è cresciuto e invece di contenere ha preso ad attaccare ribaltando il pressing subito, anche per la stanchezza del Manchester City che ha subito una involuzione, e che non è apparso così superiore come nel sei a zero di Premier League che ha innescato il processo all’imputato Sarri. Il peso era tutto sulla sua faccia, che si è portato in campo al momento dell’inno inglese, quella di un personaggio di Raymond Chandler dopo un interrogatorio e una notte in prigione, con la barba di tre giorni e il peso pulcioso dei fantasmi che ti marcano come Passarella o peggio Gentile. Eppure aveva apparecchiato una squadra stretta, compattissima, si era tirato la cintura allacciando le tre linee: difesa, centrocampo e attacco; prudentissimo, e pronto a resistere, e tutto sembrava filare liscio, il City faceva possesso, e il Chelsea aspettava, come una coppia che deve lasciarsi ma bordeggia l’orlo del precipizio. Poi nel secondo tempo Sarri, pur senza slacciare la cintura di contenimento, aveva preso a far andare i suoi, concedendo una variante al “Sarriball”, tutto lecito: lanci lunghi a scavalcare il centrocampo, palla in tribuna in caso di pericolo, e il resto era cuore di Kanté e dribbling di Hazard.  Sembrava funzionare, lui scriveva e parlava persino con Zola, al quale sembrava dirgli: se dura due ore loro non segnano e noi ci andiamo vicino. Prima dei supplementari si era anche messo in mezzo ai suoi ragazzi – stretti a coorte – in una scena emblematica, tutta passione e cinema americano, in perfetta sintonia con il trend spirituale di Wembley, tanto che tutti dietro le birre e le sciarpe hanno pensato: ma allora si è integrato, non è vero che è un eversore comunista toscano incapace adeguarsi alle regole. E persino Gonzalo Higuain – entrato tardi e male – lo ha guardato come si guardano i progressi inaspettati. Poi il portiere del Chelsea, Kepa Arrizabalaga Revuelta, un basco e in quanto portiere e basco di natura testardo e appunto in  revuelta, come sottolinea il nome: si è fatto male, o almeno così sembrava, venendo già da un risentimento al bicipite femorale. Era al secondo ingresso dei medici, quindi ogni suo gesto oltre a creare allarme a tre minuti dai rigori, chiamava la sostituzione, Sarri fa scaldare il secondo portiere Caballero – tra l’altro un pararigori – e intanto pensa che stia tramontando la sua personale luna di sfighe, che forse questa volta ha inchiodato Guardiola, mentre il piccolo Zola, catechizza il portiere argentino. Ma dal campo Kepa fa sapere che non vuole uscire, che può farcela e che resiste, e allora Sarri comincia a innervosirsi, e David Luiz prova a convincere il portiere, dai su, esci, ma lui no, smanaccia, sembra che stia lontanissimo su una nave che salpa, e saluta Sarri, che bestemmiando e cercando qualcosa da spaccare lascia la panchina, prende la strada degli spogliatoi, pensando riecco la luna della sfiga, ma soprattutto: sono fuori, ho perso la squadra, e mille altri pensieri non riferibili anche se si possono dedurre leggendo il labiale nelle immagini al rallenty della tivù. Sono minuti lunghissimi e tristi, perché Sarri e tutto il carico di partite passate, la fatica, le sconfitte, gli esoneri, le serie minori, le scommesse, gli studi, le strategie, le elaborazioni tattiche, la lenta conquista della ragione, delle vittorie e delle prime pagine, in breve tutta la sua vita professionale è inchiodata alla volubilità di un giovane portiere basco in rivolta. Così mentre sta abbandonando Wembley, non un qualunque campo di provincia, viene trafitto da un attimo di ragione e torna in panchina, fulminando tutti quelli che incrocia, e poi vorrebbe anche spaccargli la faccia, ma Rüdiger che è un difensore, ne anticipa i possibili rovesci che si potrebbero abbattere sul giovane portiere, lo tiene, e gli sussurra calma all’orecchio, come Bill Murray con Scarlett Johansson nel finale di “Lost in Translation”. Poi si tirano anche i rigori, Kepa ne para uno, ma viene trafitto dagli altri. Sarri e il Chelsea perdono, rimanendo col dubbio del cambio e dello scarto, offerto dal destino, e negato dalla natura di un basco.

[uscito su IL MATTINO]

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