I Claudio Ranieri fanno dei giri immensi e poi ritornano

Arriva dall’Inghilterra a sanare l’inverno dello scontento giallorosso, stavolta scende a Ciampino un po’ stropicciato dopo l’esonero al Fulham, ma sempre con la favola Leicester sul petto, una medaglia a garanzia. Arriva a risolvere problemi, sapendo che a Roma  «il proposito confina con l’utopia» e che – come ha scoperto il fragile Eusebio Di Francesco – «un allenatore è come un paracadutista che non sa se il paracadute si aprirà». Claudio Ranieri, torna a casa, torna a Trigoria dove è cresciuto, ha giocato e poi allenato nel 2009, portando la squadra a un secondo posto con 80 punti, e – come accade spesso nel calcio – l’assenso che l’ha ri-messo sulla panchina della sua città è venuto da due “oppositori” o presunti tali: Francesco Totti e Daniele De Rossi, che nove anni fa in un derby lui aveva escluso – e con ragione – per vincere «Francé, Danié, ora riposate». Soprattutto Francé c’ha visto una delle poche certezze possibili. Ranieri, torna dopo un decennio in giro per l’Europa (Monaco, Grecia, Leicester, Nantes, Fulham), e con i gradi sulle spalle, le voci di gloria in borsa e un salto pesantissimo: è passato dall’essere er “sor” Claudio a “sir” Claudio e con in tasca la vittoria del Leicester in Premier League, «forse la più grande impresa nello sport di tutti i tempi» almeno per il New York Times, che non conosce le imprese di Brian Clough, detto con rispetto per Ranieri diciamo che è una delle imprese più belle. Poi c’è stato l’impensabile, l’esonero dal Leicester, la morte del presidente Vichai Srivaddhanaprabha, e persino la Brexit, quindi Ranieri che era convinto di invecchiare all’ombra della sua statua è stato costretto a rimettersi in cammino, a riprendere a girovagare, e ora gli tocca la Roma post Porto, quella da ricostruire, almeno fino a giugno. Arriva a portare tranquillità in un ambiente che in quanto a caos di spogliatoio e piazza è secondo solo all’Inter, a provare di aggiustare quel che resta della stagione e a tramutarla in gloriosa estate grazie a questo sole di York che ha nel sorriso e soprattutto alla conquista di un posto in Champions League, che dopo le ultime due stagioni sembrava divenuto un diritto di famiglia, e che ora pare sfumare. E Ranieri deve essere sembrato adatto al momento, forse più a Totti che a Pallotta, che ha dichiarato: «È la soluzione migliore», perché sa quanto l’uomo sia pragmatico e come non soffra né le pressioni né l’ambiente. Viene da Testaccio, dove suo padre Mario era macellaio, carriera da calciatore normale, parte attaccante poi Luciano Tessari lo mette in difesa: terzino fluidificante che da destro giocava a sinistra, a piedi invertiti, come direbbe Beppe Bergomi, uno che è partito dalla Calabria – dopo aver giocato col Catanzaro di Massimo Palanca: due settimi posti consecutivi in serie A – allenando il Vigor Lamezia (era il 1986), e poi la Campania Puteolana, dove ha imparato a non aver più paura, e lo racconta spesso:  «Dietro la panchina dei mezzi camorristi mi gridavano per tutta la partita Ommemmerda! Vattenne!, perché volevano un altro allenatore», ma poi è andato a stare meglio al Cagliari – dove faceva già il cambio di modulo a partita in corso –, poi al Napoli – post Maradona –, alla Fiorentina e dopo anche meglio con Valencia, Atlético Madrid e Chelsea e poi persino Juventus (dove l’hanno trattato maluccio, per poi ricredersi). Ha sopportato giudizi esageratamente negativi – a lungo è stato quello che arrivava sempre secondo – che poi ha fatto rimangiare con classe e senza mai rinfacciare nulla, l’uomo è mite e molto ironico, e prima è auto-ironico, sa rimanerci male senza darla a vedere, è uno che per questo ha superato stagioni tristi e spesso con i conti in rosso, ha ingoiato sconfitte che avrebbero tramortito uno Special One, e come un maestro zen ha avuto ragione di tutto e tutti, senza inseguire le mode, né smettere il comandamento che deve aver avuto dal suo primo allenatore che chiamava maestro, il vecchio Guido Masetti, il portiere che vinse lo scudetto 1941-42 con la Roma, un comandamento molto italiano: ‘prima non prenderle’; secondo: ‘averci uno davanti che lanciato sappia andare in porta’ – si veda Jamie Vardy  –; e terzo in mezzo ci deve stare un centrocampista che ‘tiene ‘o core, o er core o the heart o le cœur’, quindi uno come N’Golo Kanté, che lui acquista al Leicester e che ora regge metà Chelsea di Maurizio Sarri. Ranieri è quello dello spirito prima ancora dello schema: «Non m’interessa se fanno un errore tecnico. Mi importa che non rimangano lì a pensare: ho sbagliato. Hai fatto un errore? Scordatelo. Continua a giocare». Perché lui fa così anche in panchina, una gentilezza che non si piega, al massimo se ne va. E qualche volta ritorna.

[uscito su IL MATTINO]

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