Arsenal: “Meschino, accanito, competitivo, duro da battere”

Nato dall’innesto della polvere da sparo – una fabbrica di armamenti – con la birra – al pub Royal Oak –, figlio dell’idea di uno scozzese, David Danskin, e dagli avanzi delle magliette del Nottingham Forest – grazie a due operai calciatori – con addosso l’umidità del Tamigi, l’Arsenal non si scrollerà mai la puzza della fabbrica, quell’atmosfera grigia che, con molte sconfitte apparentemente impossibili, ne farà una squadra da “Cipputi”, nonostante le sterline e i titoli, alla fine rimarrà sempre quell’impasto di catena di montaggio, cantieri e cannoni, grasso tirato via all’ultimo momento dalla tuta, e fango sulle scarpe. Una condizione dell’anima, anche dopo aver cambiato stadio – il vecchio elegantissimo  Highbury, per il più capiente e funzionale Emirates Stadium. “Meschino, accanito, competitivo, duro da battere”, così Nick Hornby descrive il suo Arsenal. Potremmo aggiungere che ha avuto anche due parentesi d’estetica distante: una di invaghimento olandese (1972), e l’altra di stampo francese con Arsène Wenger (durata oltre 22 anni e 1228 panchine, e che ora continua e si evolve per mano di Unai Emery parlando spagnolo). “Siamo noiosi, e fortunati, e sleali, e petulanti, e ricchi, e gretti, e per quanto ne so io lo siamo almeno dagli anni Trenta. Fu allora che l’allenatore più grande di tutti i tempi, Herbert Chapman, introdusse un difensore in più e cambiò il modo di giocare, dando così origine alla nostra cattiva reputazione; tuttavia le successive squadre dell’Arsenal, in particolare quella della Doppietta del 1971, come trampolino per il successo fecero ricordo a una difesa che faceva paura. (Tredici delle nostre partite di Campionato, quell’anno, finirono 0-0 o 1-0, e bisogna dire che non ce ne fu una sola bella). Immagino che il ‘Fortunato Arsenal’ sia nato dal ‘Noioso Arsenal’ poiché sessant’anni di vittorie per 1-0 tendono a mettere alla prova la pazienza e il senso della realtà dei tifosi avversari”, continua Hornby in quella che è la bibbia dei tifosi dell’Arsenal: “Febbre a 90°” (Fever Pitch) poi divenuto pure un film di David Evans. L’essere grossolani, va inteso come il sentirti la pancia londinese, non avere la poesia che hanno West Ham e soprattutto Tottenham, non la capacità di mutare continuamente del Chelsea. Insomma, sono un punto fermo: nelle sconfitte e nelle vittorie, nella buona e nella cattiva sorte, olandesi o francesi, l’Arsenal conserva un carattere popolare, e se ne frega dell’ilarità che suscita. Per quanto tutti pensino a Thierry Henry – che appartiene alla parentesi francese – alla sua eleganza, al suo numero esagerato di gol (228 reti in 337 gare), a come spandesse musica tra nome e gesti, a come giocasse quel suo Arsenal, il calciatore che riassume il carattere della squadra è un altro, uno che era una cosa sola con l’Highbury, che sembrava lo avesse tatuato in petto, uno che aveva cominciato nelle giovanili dell’Arsenal e aveva chiuso con la prima squadra, non riuscendo ad allenarla – per ora –, uno di quei difensori rudi col naso largo che erano la leggenda del calcio inglese: grandi bevute, grandi tackle e una parte sola da difendere che era un tutt’uno con la bandiera e la Nazionale, capitano dell’Arsenal e dell’Inghilterra, uno che diceva ai compagni: “Se non bevo, non ce la faccio, ho paura di tutto”, uno che per venti anni nonostante le scazzottate nei pub, i fuori strada in auto, e le notti in prigione. Un duro, fuori e dentro il campo, uno davvero punk, che può vantare d’essere diventato una canzone di Joe Strummer, che per molti di noi è meglio d’aver vinto la Champions League, uno come Tony Adams: l’Homo-Arsenal. E oggi uno così non c’è, per questo c’è un altro Stadio, e una squadra diversa con il suo secondo allenatore straniero – il basco Unai Emery Etxegoien – su un secolo e fischia di calcio. Persino quello che doveva essere il George Best dell’Arsenal: Charlie George, era un ribelle grezzo che dalla curva era sceso al campo, portatosi dietro la ruggine, ma rimasto a un dribbling dal campione, e quindi in perfetto stile Arsenal. Solo loro potevano promuovere allenatore un fisioterapista Bertie Mee (nel 1966) e vincere la Coppa delle Fiere, e poi fare il double – Campionato e FA Cup –, prima di eclissarsi. Passando però la magia a uno di quei calciatori del double, George Graham (era una delle videocassette Madeleine di Nick Hornby) che da allenatore lo ripeté, vincendo uno dei campionati più avvincenti, contro il Liverpool, segnando all’ultimo minuto – gol di Michael Thomas –: che poi è la chiusura del film tratto dal romanzo di Hornby. Nessuno poteva immaginare che la squadra capace di capottarsi più volte, potesse, poi, diventare con Arsène Wenger: l’invincibile, riuscendo a non perdere per 49 partite consecutive. Era il 2004, Henry segnò 30 gol in premier, con lui c’erano tra gli altri: Dennis Bergkamp, Patrick Vieira, Ashley Cole, Cesc Fàbregas, Sol Campbell, Sylvain Wiltord e Robert Pirès, e l’anno dopo arriverà Robin van Persie. Quella squadra raggiungerà la finale di Champions League nel 2005-06 perdendo col Barcellona di Frank Rijkaard. Dopo è tornata ad essere l’Arsenal grigio dei terzi e quarti posti, quando andava bene, con un FA, e tante speranze, tante aspettative, che, però non hanno più trovato l’annata da romanzo. Nemmeno Nick Hornby ha più trovato quella sintesi perfetta, rispettando in pieno l’innesto tra vita da tifoso e andamento dell’Arsenal, rimane convinto che Liam Brady – calciatore che amava per come distribuiva il pallone – non doveva passare alla Juventus, e oggi esulta per i gol del gabonese Aubameyang. Hanno interiorizzato la fine dell’era Wenger – li ha presi per noia, che poi prendere per noia una squadra con la fama d’essere noiosa è andare oltre i fratelli Marx – e sognano di vincere l’Europa League per rianimarsi, e salvare la stagione. Come il Napoli.  Sentimento per sentimento.

[uscito su IL MATTINO]

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