Il condominio

Dice: Ma come fai a leggerli? Semplice, c’è bisogno di un giornale disposto ad accogliere quello che scrivo dopo aver guardato le classifiche e le novità, essermi vestito – di solito con una polo, una felpa, un paio di jeans e delle scarpe comode – aver raggiunto la libreria, scelto e comprato un titolo, essere ritornato a casa e dopo averlo aperto a pagina uno proseguire fino ai ringraziamenti, come se fosse Lev Tolstoj. Non credo che sia masochismo, perché mi diverto a leggerli e poi a scriverne, la parte più difficile viene dopo, quando lo scrittore o la scrittrice e soprattutto i loro familiari-amici-fan: leggono quello che ho scritto. Da quel momento comincia il vortice. Il grado di disturbo non dipende dalla grandezza del progetto, ma dalla misura del vuoto dello scrittore: quanto più conoscerà il suo bluff, tanto più grande sarà la reazione di fastidio per la recensione, e quindi la replica e l’attacco. Una recensione obiettiva diventa un attentato al progetto di successo con la scrittura, non dentro la scrittura. Tanto che il critico diventa l’élite dell’élite alla quale menare. Lo scrittore senza che sia diventato bestsellerista perde la testa all’entrata in classifica, il resto viene di conseguenza. La classifica è come la tavola rotonda di Re Artù, e qualunque rilievo – motivato o meno – viene vissuto come usurpazione della verginità di Ginevra. Da lì comincia pure il bagno sacro nella legalità, e a favore dei diritti civili etc, e ogni critica al libro diventa anche critica ai pensieri dello scrittore: giusti, onesti, ecologici, alti – il mare è una tavola blu. E il rancore si dirama: se lo scrittore è il fortunato possessore del biglietto vincente della lotteria di un premio letterario: sarà il direttore editoriale a reclamare presso il giornale che sta intralciando la democraticissima decisione di vittoria, e seguiranno gli altri affiliati alla casa editrice in procinto di essere estratti e portati ai premi – il meccanismo è quello delle fiere di provincia, niente che i fratelli Coen non abbiano già raccontato, ma viene replicato senza ironia e con inquadrature da geometra – manderanno mail, produrranno status velenosi in difesa del prescelto, e – i più zelanti e meno brillanti – ne faranno un motivo di rivendicazione: su giornali di seconda categoria o perlopiù blog. Nel merito non si entrerà mai. Se lo scrittore è il solito giallista che produce libri in serie su un unico modello per tre case editrici e non ha premi da rivendicare, agirà d’istinto cercandomi sui social e scrivendo, prima, che non si aspettava un simile giudizio, e poi, in crescendo, arriverà ai soldi che guadagna e che fa guadagnare, senza rispondere alle critiche, se meridionale parteciperà alla discussione social anche parte della famiglia, spesso mi sono trovato in un uno contro tutti, senza le cortesie riservate a Carmelo Bene. Se il romanziere, invece, è uno che ha un passato e dei premi da difendere: scriverà in privato lunghissime mail, di citazioni e parabole, una vera memoria difensiva, per poi arrivare a concludere che la mia è invidia; a uno così feci presente che mentre lui restava a casa a scrivere il grande romanzo italiano – che ancora non ha scritto, ma un bel giorno arriverà –, io stavo partendo per i mondiali di calcio dove mi aspettavano 40 giorni di stadi e partite, e mi pagavano pure. Mai più sentito. Ne ho collezionati molti: il direttore editoriale che scrive che sono un manganellato-re fascista, perché autore di un documentario su Ezra Pound; la scrittrice che dice che sono un allevatore di cani della camorra, per via della città in cui lavoro; il critico che mi manda messaggi per chiedermi se in Messico ero andato per drogarmi; quelli che “solo” stronzo; le scrittrici amiche della stroncata che mi danno dell’hater; lo scrittore che mi banna dai social, e prima mi fa sapere che lo sta facendo e che si vendicherà in ogni dove, soprattutto nel festival che organizza la moglie; la moglie dello scrittore che incidentalmente dirige un festival e che dice: lui mai; l’editor che si vergogna del libro editato ma non lo dice in pubblico; lo scrittore che difende il pluralismo e firma tutti gli appelli anche quelli in bianco mentre dichiara che sono il male assoluto; ne sono capitate di ogni tipo, e spesso mi domando: ma se questi comportamenti venissero da altri che non sono scrittori, direttori editoriali, agenti, giornalisti, come li classificheremmo? E poi ci sono tutti gli sfigati che mi scrivono convinti che io li stia vendicando, che viene da pensare al povero Guido Morselli eletto santo protettore degli esclusi dalla pubblicazione, e ovviamente anche oggi che è santo e martire editoriale nessuno lo legge; né gli uni né gli altri hanno ragione, perché non c’è altro fine della lettura e del giudizio, ma nel grande condominio dell’editoria italiana non ci può essere questa libertà, né ci può essere ironia, perché la pubblicità ha sostituito la critica, e un rigo di giudizio autentico su un libro può comportare una perdita economica, mica un dubbio letterario. Che delusione scoprire il vuoto dietro la faccia in quarta di copertina, dopo aver superato il vuoto delle pagine che la precedono. Tanto che è facile immaginarli mentre si raccontano al rovescio: in Germania vendo come Cormac McCarthy; sì, certo Gay Talese su Joe DiMaggio ma vuoi mettere il mio Gattuso? Ok, la prostata di Philip Roth, ma la mia milza spappolata sulla Salerno – Reggio Calabria?

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