Fognini: l’ultimo tra i dissipatori indolenti

Caratteristiche degli italiani nella versione “geni chiusi nella lampada” che lasciano uscire solo sporadici e improvvisi segnali di fumo: accentuato narcisismo fino alla creazione di giornate no; vette di isterismo capaci di demolire anche il più innamorato degli ammiratori; tecniche varie di dissipazione con grande autorità nel calarsi in pozzi di sconfitte e angoli morti; una idea lunare del proprio sport o arte; e l’indolenza come categoria sovrana; a margine per le interviste singole o collettive l’ammissione di debolezze varie, vizi privati che non diventano pubbliche virtù, scorci di conflitti familiari veri o presunti, un possibile orizzonte meraviglioso lasciato agli altri per eccesso di egoismo verso se stessi, intorno: sudore, speranze – deluse in larga parte –,capacità eccelse e partite persino memorabili, in fondo in fondo a fare due conti: qualche vittoria, significativa, se capita. Un tratto d’italianità, e quindi della commedia all’italiana, ci fosse Dino Risi ci sarebbe anche un film, invece abbiamo solo uno degli ultimi esemplari del genere: Fabio Fognini. Che vincendo a Montecarlo (51 anni dopo Nicola Pietrangeli, e questo racconta molto del tennis maschile italiano) diventa il numero 12 al mondo e illumina il tratto che lo caratterizza con una luce diversa, almeno fino alla prossima autocostruzione di giornata no, ovviamente giurando il contrario. A contare tutte le racchette spezzate, le urla e l’insofferenza, le chiamate a vuoto e soprattutto le palle perdute, i tiri sbagliati, avremo una panoramica del perché poi uno così finisce per battere Rafa Nadal (potrà dire tra un cocktail e una sfilata di aver battuto il re della terra per tre volte, iscrivendosi a un club che conta solo 4 persone). A trentadue anni può finalmente dire – spietato e implacabile contro se stesso come da caratteristiche evidenziate – che l’insofferenza non paga: «Sono felice perché ho vinto. Nel mio sport si lavora per questo: più vinci, più guadagni e più vai avanti in classifica. Come tutti i lavori, bisogna farlo al meglio, se non ci riesci è giusto essere incavolati. Invece eccomi qui a parlare di una vittoria incredibile». Sprazzi di razionalismo, che poi verranno coperti, scavalcati e dimenticati, negli istanti di sperpero che riavranno la meglio, appena ci sarà l’occasione per pestarla grossa e batterla male. Ma l’homo Fognini trova radici in altri tennisti nati venti anni prima di lui che ne contenevano i germi,  laudibus illustro: Paolo Cané e Diego Nargiso, rimasti a un punto dai campioni, ma che hanno esercitato lo sperpero con brio, isteria e il brulicare dis-operoso dell’indolenza. Da loro, il salto è facile a Roberto Mancini portatore di classe e decadenza, colpi di tacco e grandi scomparse nelle partite cruciali, tumultuose uscite, musi e una inclinazione al campo intatto, per poi contraddirsi, smentendo l’accusa, ribaltando le possibilità, montagne russe di occasioni costruite e mancate. E per questo indulgente – fino alla fuoriuscita dell’isteria, riposta nei cassetti con le vecchie magliette – verso Mario Balotelli, vero alter ego calcistico di Fognini. Il suo Nadal si chiama Germania, due gol e un prorompere di acclamazioni clamorose, il resto: risse, giri, platee, potenzialità inespresse, anche gol, ma niente più spirito demoniaco, attaccante prorompente, piccola gestione di una attività bambinesca: il togliersi alcuni fastidiosi sassolini dalle scarpe, per poi ritrovarseli nelle stesse scarpe due partite dopo. Per approfondimenti citofonare: Gianmarco Pozzecco ex cestista (playmaker) e ora allenatore della Dinamo Sassari; e poi farsi raccontare da un altro punto di vista la di-speranza di un suo coach: Jasmin Repeša, quando allenava la Fortitudo Bologna. A meno che non si ricordi quello che combinò ad Atene 2004, prima: protagonista della vittoria contro la Lituania in semifinale, e poi: di come minò la finale contro l’Argentina, davvero una specie di Paul Gascoigne del basket con percentuali di Joaquin Phoenix e Jeremy Renner di “The Hurt Locker”, i suoi assist erano aperture di nuove strade nelle giornate sì, in quelle no erano crolli di dighe e ponti, dai quali ne usciva con ironia e grandi scherzi che l’hanno portato anche in tivù – ha condotto “Candid Camera Show” –, in tempi recenti ha fatto l’incredibile Hulk in panchina liberandosi degli indumenti. Un altro che apre corridoi anche se non fa Hulk è Marco Verratti, che è passato da giovane promessa a ostaggio del contesto con una involuzione caratteriale fogninesca e una svalutazione da impresa municipalizzata. Troppi falli e di conseguenza cartellini, il cui numero supera quello delle aperture a porta e soprattutto quello di gol segnati, tanto che per lui si è scomodato Arrigo Sacchi – che vedendolo col Paris Saint Germain dopo due gialli rimediati in una delle tante partite di Champions League che dovevano essere Verdun e invece diventano Waterloo –: «L’ho visto crescere quando aveva 17 anni, rivedendo ciò che ha fatto, dico che a certi livelli non puoi comportarti così: se lo fai, c’è un problema». Anche di più. Ma nell’iniquità tra talento posseduto e talento mostrato non è solo, con lui in Francia – con due tappe vinte al Tour de France – c’è l’ex ciclista Filippo Pozzato, uno che usava la bicicletta di traverso, per correre dietro alle donne, per fare gare contro chi gli stava sulla canna, e per condurre esperimenti di anticiclismo, dove era richiesto il sacrificio lui ci appoggiava la strafottenza, dove si aspettavano tormenti e fatica, lui distillava gocce di luce e cattiveria e spirito malizioso, scatti e forza, “ruggine”, che ricordavano il primo sport amato: l’hockey. Una fetta di italiani che con Fognini allargano gli sport, un po’ freak un po’ principi liberi, cullandosi tra lentezza e ferocia, felini e sadici, che preferiscono l’essere vagamente campioni piuttosto che campioni e basta.

[uscito su IL MATTINO]

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