Vladimir Nabokov, cacciatore di russo

Diceva che la parte migliore della biografia di uno scrittore non è «la registrazione delle sue avventure ma la storia del suo stile». Ecco Vladimir Nabokov, forse, sistema complesso, scrittore del riverbero, capace di far fischiare le pagine in ogni lingua utilizzata, il resto è avventura, che serve più o meno alle storie, perché il gioco sta proprio nel salto di sillabe, righe e pagine, e mentre tutti pensano di trovarlo in “Lolita”, o lo inchiodano a “Parla, ricordo”, è molto più probabile che stia ne “La vera vita di Sebastian Knight”, che Giorgio Manganelli riassunse così: «un autore scrive un libro su di un autore che vorrebbe scrivere un libro su di un autore il quale, incidentalmente, ha avuto in animo di scrivere una biografia fittizia; di questo autore praticamente non si hanno notizie che non siano ingannevoli o tautologiche, ed anzi l’unica vera “notizia” è che Sebastian, scrittore, ha scritto dei libri». Ecco il riflesso, ed ecco Nabokov, forse. Dopo centoventi anni dalla sua nascita, mentre ancora bordeggia gioco e costruzione, nostalgia e tenerezza, perché Nabokov è un fuggiasco (dalla terra russa) che non smetterà mai di abitare la lingua russa, i suoi grandissimi esperimenti linguistici in inglese conterranno il rammarico della lingua perduta, possiamo dire che inseguì il suo passato riscrivendolo in una lingua che non gli apparteneva, dove tutti lo vedevano cacciatore di farfalle – in molte affollano i suoi libri, era orgogliosissimo di aver dato il suo nome ad una di esse: la Nabokov’s Pug, catturata nello Utah una sera del ’43 –, c’era, invece, un cacciatore di russo, inteso come linguaggio lontano, non più praticabile. È dalla misura di quel vuoto che viene fuori Nabokov: «la mia tragedia privata è stata dover abbandonare il mio idioma naturale, la mia lingua russa, ricca, fieramente docile e senza fronzoli per un gergo inglese di seconda mano». È nella perdita che appare la forza, nella ricerca del paradiso perduto che nasce lo scrittore: Lenin nega alla famiglia Nabokov la loro realtà, la negazione li porta alla fuga, la fuga diventa avventura, che si fa gamma di sofferenze, camere d’affitto, fame, traversate, e infine pure orrore con la morte del padre – letterato e politico, fondò il Partito Costituzionale democratico: nel 1917 venne arrestato dai bolscevichi; e nel 1922 ucciso a Berlino da due sgherri di destra. Una famiglia, i Nabokov, capace di unire musica e potere, discendendo da un principe tartaro giù giù fino a ministri ed esploratori, e che inalberava come stemma due orsi accanto a una scacchiera. Vladimir ci aggiunse le farfalle, i romanzi, e i riflessi. Una «sfumatura azzurrognola», e la capacità di mettere tutto in ordine per «tema, periodo, atmosfera, uniformità, varietà», oscillando tra la geometria degli scacchi («gioco degli dei») e l’imprevedibilità dello svolazzo farfallesco. Una schizofrenia ordinata. Ogni libro di Nabokov è una farfalla che contiene la sua doppia natura e le sue quattro vite (quella russa, tedesca, americana e svizzera), pronto a stupire e travolgere, dove ogni pagina non è solo una esibizione ma è il tentativo di annientare tutti gli altri – scrittori e non – perché nessuno di loro gli può svelare nulla; una rivalsa, certo, deridendo il tempo e la morte, e sotto sotto anche se stesso: «come è intelligente, com’è squisitamente maliziosa ed essenzialmente buona, la vita!». Convivono candore e perversione, nel tentativo di far riapparire il passato. Ed è per questo che ogni parola di Nabokov è una pesca con gioia, che non diventa espressione di felicità, ma un ottimistico esercizio di volontà, teso al recupero, un recupero che passa per il dettaglio, per la luce che elenca le cose e le fa vivere: quella dei suoi occhi, che vedono quello che non si può più essere, quello che è stato cancellato o che mai c’è stato. E la differenza col vissuto/non vissuto di Fernando Pessoa è proprio nell’ottimismo. Curioso che un esercizio così reazionario come la nostalgia venga compiuto con una modernità che non passa, con una tecnica che appare contemporanea a chi legge: cercando il passato si trova un metodo per non perderlo mai più. Leggendo “Il dono”, il libro sulla vita russa, si viene catapultati in quello che è un Luna Park della Resurrezione, come se in quel momento ci fosse solo la sua Russia e niente altro, e dove il riflesso, la sfumatura, la delicatezza della miniatura, diventano giostra, e su quella giostra c’è il Nabokov bambino e con lui ogni lettore che abbia un Eden perduto da qualche parte. E questi piani si tengono insieme con un ritmo incessante, la letteratura di Nabokov è una sala da ballo infinita e in rivolta tra generi, uno spettacolo d’arte varia, dove facce, colori, spazi e tempi si incastrano senza errore, nel miracolo di aver fermato ogni volta in un enorme affresco di parole: la fuga, l’essere stato costretto alla fuga. È lì la storia del suo stile, e quindi la sua biografia. Lui si maschera nei suoi personaggi: trama, fugge, cade, muore, vive e ama prima e dopo Lolita («lei è famosa non io»), inscenando se stesso, fuori dai confini della propria identità, nelle sue numerose vite e assenze. «Partendo per i suoi viaggi, chissà, più che cercare qualcosa fuggiva da qualcosa, e poi al ritorno capiva che quel qualcosa era sempre con lui, dentro di lui, ineluttabile e senza fondo. Non so dare un nome al suo segreto, so soltanto che da lì veniva la sua particolare solitudine».

foto di Philippe Halsman

[uscito su IL MESSAGGERO]

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