Una vertigine chiamata Sergio Leone

Siamo dalle parti del mito, un Omero che genera pistoleri e gangster, ecco Sergio Leone, per brevità regista. Uno che nella Roma degli anni Quaranta guardando in fondo alla ripida scalinata di Viale Glorioso, scendendo a capofitto, vedeva il vecchio west, cavalli dove c’erano carri armati americani, e messicani in fuga dove sbaraccavano i tedeschi. Un visionario, certo. Uno che faceva film su cose che non ci sono più. Favola e Storia. Fantasia e realismo, che poi il compagno di scuola ritrovato avrebbe cucito in note, quel gran genio del suo amico: Ennio Morricone. Intorno il meglio, una sorta di galácticos del cinema artigianale, da Tonino Delli Colli a Luciano Vincenzoni, un cinema grandioso al quale l’Italia stava stretta, e serviva solo come teatro di posa, e che avrebbe fatto scomodare John Ford, Stanley Kubrick, Billy Wilder, Steven Spielberg e tanti altri minori. Sergio Leone è tutto vertigine, dal dettaglio al campo largo, non c’è mai un piccolo respiro, una micragnosità intellettuale, ma sempre una complessità che travolge, straripante nel corpo e nella mente, fluttuante tra cinema e realtà, e che fa pensare a Lev Tolstoj ed Ernest Hemingway passando per Victor Hugo e arrivando fino a Raymond Chandler, il suo è un cinema dove: “Il desiderio di vendetta è infantile e vano, e chi vuole intraprendere la strada di imparare a uccidere, giunto alla fine del cammino, ha solo imparato a morire”. Chi lo ha visto muoversi per Sperlonga – in un vecchio filmato Rai – mentre il principe dell’oralità, l’imperatore del racconto, lo scrittore Giancarlo Fusco – già in là con gli anni e il consumo di sé – lo intervista: non potrà non notare che Sergio Leone trasuda epica, tra uno sguardo e un passo, un respiro e una descrizione, appoggiando anche dentro la vecchia tivù la sua forza, che a noi arriva intatta. È un incontro tra aedi che costruiscono miti. E guardandoli si capisce perché oggi tutto quello è impossibile. Un mondo perduto d’un mondo perduto, una palla di vetro d’una palla di vetro, dove i film di Sergio Leone – trent’anni dopo la sua morte – sono gli irreali fiocchi di neve che appaiono rovesciando la palla. E dentro quella palla ci sono i giustizieri di Leone, degli eroi “cattivi” carichi di valori, soprattutto quello dell’amicizia, che sembra l’ultima ideologia rimasta insieme con le pistole, dei fuori posto disposti a tutto pur di riaggiustare un po’ le cose, attraverso il loro individualismo ci sarà una comunità. È il prezzo da pagare per la nascita dell’umanesimo. Il cinema di Leone è zeppo di pietas, e di grandi gesti che interrompono violenze, rapine, soprusi, giusto un attimo per creare i presupposti per un mondo giusto, valga per tutti: il ponte fatto saltare dai due pistoleri-banditi Clint Eastwood ed Eli Wallach ne “Il buono, il brutto, il cattivo” che interrompe la sequenza di morti: «Mai vista morire tanta gente e tanto male». Perché sullo sfondo c’è la fine: sia per la trilogia del dollaro (“Per un pugno di dollari”, “Per qualche dollaro in più”, “Il buono il brutto e il cattivo”) che per quella del tempo (“C’era una volta il West”, “Giù la testa”, “C’era una volta in America”). Dove finisce il West comincia la nuova nazione, e con la nuova nazione tutto è perduto, e tutti sono fantasmi. A Leone piace giocare col tempo, con i piani temporali, la vera frontiera che racconta è quella che divide la nostalgia, che sia uno sparo o il passaggio della ferrovia, ogni sua storia è una moneta, testa e croce, che volteggia e volteggiando produce sentimenti, sullo schermo e intorno. Man mano che la sua cinematografia evolve, il suo mondo si allarga, vivi e morti convivono, interni ed esterni si confondono, fino a formare il mondo perduto milioni di volte e milioni di volte ritrovato grazie alla magia del suo cinema, l’orizzontalità delle facce ferme nei nostri ricordi, le battute – che risentono dell’ironia romana, dell’indolenza come dell’irrisione, del cinismo come di una pietà precattolica – diventano un Hagakure-Leonesco che salva in ogni situazione, perché il suo cinema della frontiera è rimasto a cavallo tra nicchia e popolarità, rompendo ogni schema, scavalcando ogni muro, da Trastevere ai Parioli, da Milano a Palermo, da Tokyo a New York, da Buenos Aires a Toronto, citato da Bob Kennedy nei comizi, difeso da Pasolini per “Giù la testa”, che ha arricchito Akira Kurosawa, liberato le praterie per Sam Peckinpah, attinto e citato da Charlie Chaplin, e via così, cavalcando dietro pistoleri cialtroni in cerca del tesoro come pirati di Robert Louis Stevenson. Leone era un ottimista informato sui fatti, quindi giustamente crepuscolare, rude quanto basta a un generale sornione che ha un suo modo di vedere le cose, che sa cosa vuole e come arrivarci, capace di rifiutare la “riduzione” cinematografica del “Padrino” per andare oltre gli spaghetti. Anche perché ogni suo film è stato un andare oltre, se stesso e gli altri, stupendo e incassando, incassando e rilanciando, rilanciando e sognando sempre in grande, fino all’ultimo progetto sull’assedio di Leningrado, ispirato al libro di Harrison Salisbury, “The 900 Days: The Siege of Leningrad”. E intorno un girotondo di amicizie, coppie che si tradiscono e si riprendono, alleanze da far invidia alle correnti della vecchia Dc, sempre con una vena di ironia: da Eastwood e Gian Maria Volonté, da Eastwood e Wallach e poi Lee Van Cleef per tornare a Wallach, da Jason Robards a Charles Bronson, da Rod Steiger a James Coburn, da Robert De Niro a James Woods (ho usato gli attori e non i personaggi, per fare una piccola mappa dell’internazionalismo cinematografico di Leone, e si potrebbe continuare con i cattivi, con i minori, e non si finirebbe mai perché nei suoi film c’è il nostro mondo perduto, che poi non era proprio nostro lo è diventato a forza di guardarli attraverso i suoi occhi figli di un regista del “muto”, della guerra e dei quadri di Velázquez e George Grosz), e poi, su tutti, c’è Claudia Cardinale/Jill McBain. La bruna che accompagna il cambiamento. È lei che ci sorride e si porta dentro Sergio Leone, che fa venire giù i muri, che incarna le contraddizioni del futuro, e che vince sulla morte. Un sogno dentro a un sogno.

[uscito su IL MATTINO]

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