“This is Anfield”: lo spazio dei sogni

Anfield spinge, il Liverpool segna, e il Barcellona viene reds-montato. Come per poche altre squadre-corpo lo stadio e il gioco prodotto al suo interno sono un’unica massa, come adesso sanno bene a Barcellona, e come da sempre sanno a Liverpool. “This is Anfield”, questo è il posto dove tutto converge, il cuore e la tattica, le spinte e i gol, e dove alla fine si compiono anche i miracoli, con una dignità che ammutolisce gli avversari. Anfield prima che uno stadio è una casa e prima di una casa è lo spazio dei sogni: la cameretta dove ogni tifoso del Liverpool può immaginare e ritrovarsi, può disegnare il suo mondo e magari trovarselo anche apparecchiato come è successo l’altra sera. Non è da tutti, e si sente. Non è da tutti e si vede. Ovviamente uno stadio vuoto non esiste, esiste nel momento in cui arriva la corrente dei tifosi del Liverpool che allacciandosi alle gradinate e respirandone la gloria: connettono corpi e manufatto, generando un luogo altro, ovvero quello dove avvengono le riconversioni delle partite, dove si ribaltano le previsioni, e dove uno eccezionale come Lionel Messi, scompare, sopraffatto da un esercito di normali. Bastava sentire come le parate di Alisson – il portiere brasiliano del Liverpool – avessero l’eccentrica forza del popolo e non solo quella del suo talento, di come tutto lo stadio respingesse gli assalti del Barcellona che avanzava nel tentativo di sospenderne la fede, cercando di superarne la leggenda, addentrandosi alla ricerca di un fallimento possibile come accadde al Genoa di Pato Aguilera – mai abbastanza lodato – che ad Anfield vinse, aprendo un varco per le squadre italiane. Ma Anfield non regala nulla, soprattutto quando c’è in ballo la finale di Champions League, ricordando di essere nato prima del Liverpool, e di essere diventato lo stadio dei Reds per ingordigia, facendo scappare l’Everton. Ma comunque blu o rossi, Toffees o Reds, ad Anfield è difficile passare, perché fin dal 1884, prima che uno stadio è un fortino. Un fronte, un simbolo, un luogo dove cambia tutto, persino l’ossessione capitalista che anima il calcio, tanto che l’allenatore tedesco del Liverpool, Jürgen Klopp, dopo aver ribaltato con la sua squadra il tre a zero di Barcellona, ha detto: “Mi era stato detto che lo spirito di Anfield era così, ma non pensavo che fosse così tanto. Avrei firmato un contratto più economico se avessi conosciuto l’atmosfera di questo stadio”. Ora la conosciamo tutti, come prima ne conoscevamo i riti, in più c’è una specificità tutta del Liverpool, i recuperi, come sa Carlo Ancelotti, anche fuori casa, come accadde ad Istanbul col Milan, l’andare a riprendersi il risultato, e questo è una derivazione dell’abitudine acquisita in casa, ad Anfield, dove frulla tutto: squadre e birilli, campioni e brocchi, tattiche e vantaggi, ferite e supremazie. Una sorta di spirito satanico che travolge a valanga, e atterrisce, dove nemmeno il Messi-a può. Perché i Messi-a camminano da soli, mentre tutti gli altri, soprattutto quelli di una parte di Liverpool, no. “You’ll Never Walk Alone”. Tutto comincia con Bill Shankly, l’allenatore scozzese, che cementifica Anfield e vittorie, e di cui oggi è una porta d’ingresso, Shankly Gate, uno che portava il pallone oltre tutto, spingendo il mito un po’ più in là: «Molte persone credono che il calcio sia una questione di vita o di morte, io non concordo con questa affermazione. Posso assicurarvi che si tratta di una questione molto, molto più importante». È questo il Genius loci di Anfield, una questione molto più importante, la nostra direbbe Shankly, e non sarebbe difficile trovare centinaia di persone che glielo sentono ancora dire. Perché ad Anfield – in modo molto dickensiano – i fantasmi del passato, buoni o cattivi che siano, son ancora tutti lì, hanno il loro posto, e cantano, cantano e ricordano, perché in quello stadio passa tutto, meno la fede. È la radice del tempo comune, di cui l’ultimo testimone era Steven Gerrard (710 partite con i Reds, 17 stagioni) e di cui ora Jürgen Klopp ha preso il posto, anche se non è cresciuto nella squadra, è un innesto già indimenticabile, con buona pace di Mourinho e della sua collezione di trofei come orologi. Anfield sa perdonare e andare oltre le sconfitte, e gli errori come sa bene proprio Gerrard. Perché è un Tempio con quattro altari, uno per lato, sempre pronto a benedir vittorie.  

 

[uscito su IL MATTINO]

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