Velasco: da minatore a filosofo del voley

La Plata, prima di Julio Velasco, era tutte strade in diagonale e pensieri per il calcio: Estudiantes e Gimnasia y Esgrima altro che Club Universitario. Dopo è divenuta la città dell’allenatore-filosofo-psicologo, che ha cambiato la pallavolo, anzi come dicono gli argentini il voley, una elle e due “occhi di tigre”, quelli che chiedeva ai suoi giocatori: mescolando Jorge Luis Borges e Rocky Balboa. Adesso l’uomo che più di tutti ha connesso le dinamiche della palla e degli uomini, allenando gli errori prima dei corpi, ha deciso che smette. Si pensiona, a 67 anni, prima che arrivi il declino, dice, non si sa dove andrà, in passato ha fatto anche il dirigente di squadre di calcio come Lazio ed Inter, ha rischiato di allenare il Milan, e tra una vittoria e l’altra ha preso a spiegare la vita e lo sport, con molto successo, claro. Velasco appartiene alla schiera di quelli che possono fare tutto, perché hanno un metodo e una capacità di passarlo. Scappato da La Plata per via del regime di Jorge Videla, alla fine degli anni Settanta, dopo aver visto compagni cadere per mano dei militari e aver visto suo fratello bordeggiare la condizione di desaparecidos, lascia la filosofia per il voley, spostando la capacità di analisi dalla politica allo sport, per tutta la sua lunga carriera di allenatore darà sempre l’impressione di essere molto altro: sociologo, antropologo, politico, scrittore, proprio per la profondità di visione. Fin da quando comincia ad allenare – e vincere – col Ferrocarril Oeste, un club sportivo nel quartiere di Cavallito a Buenos Aires, sarà un portatore dell’impossibile, tirandosi dietro quell’incoscienza che lo portava a nascondere dei compagni dalla Triple A come a sperimentare nuovi schemi con i ragazzini. Un rivoluzionario. Poi il salto in Italia: Jesi, Modena (tre volte), in mezzo la nazionale, risultato: 4 titoli in Argentina, 4 scudetti, 3 Coppe Italia, una Supercoppa italiana e una Coppa delle Coppe con Modena; due Mondiali, tre Europei, 5 World League, una Coppa del Mondo e la medaglia d’argento alle Olimpiadi di Atlanta 1996 con la nazionale italiana. Vanno aggiunti i passaggi alla Nazionale femminile dove crea i presupposti per il cambio di marcia, e le vittorie con la nazionale dell’Iran. Ma tutti lo ricorderanno per quella italiana (1989-96), definita “generazione di fenomeni” dai giornali e “generazione di minatori” da Velasco, per come lavoravano in modo mostruoso, impegnandosi fino allo spasmo. Verrà ricordato anche per le sue sintesi verbali, alla Longanesi, valga per tutte: «chi vince festeggia, chi perde spiega»; la teoria delle tre vittorie: contro i difetti, le difficoltà e gli avversari; e la sua analisi della nostra «cultura dell’alibi», che spiega molto dello sport e del carattere degli italiani – poi utilizzata per i tennisti italiani anche da Nanni Moretti in “Aprile” – e cioè  la sconfitta è sempre colpa degli altri: dallo schiacciatore al palleggiatore fino all’oppositore, passando per arbitro, palestra, campo, umidità, e via così fino all’estensione ennesima e all’allontanamento. È stato preso in giro una sola volta, in un fumetto di Cinzia Leone, in cui la sua taxi girl Lola rifiuta il pagamento della corsa dicendo: «Regali qualcosa a sua moglie da parte mia. Deve essere una donna in gamba per sopportare tutta questa saggezza».

[uscito su IL MATTINO]

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