NikiLauda: irripetibile circuito di cicatrici

Il vero circuito era quello delle sue cicatrici, la curva più audace stava tra polmoni e cuore. L’immortale NikiLauda – così appariva a tutti, per la capacità di minimizzare ogni colpo subito, ogni incidente patito – è sceso, è uscito dalla pista, è oltre i box, senza più scuderia né auto, e no, non corre ma è fermo per sempre alla velocità massima, nell’oltretempo, quello dei miti. Adesso tutti a contare le gare vinte e le cose fatte, pole e mondiali, circo e incidenti, ma a lui mancavano le sue orecchie, mancava il suo casco, mancavano i capelli e la faccia di sempre, ne ha portato in giro e con fierezza un’altra, quella bruciata, perché tanto aveva lo sguardo, il suo, quello che tagliava tutti, e perché era un duro, un Clint, uno che aveva sfanculato le poltrone da banchiere che gli prometteva la sua famiglia e scelto di correre, di andare via, di girare e rigirare, sissignore, anche a vuoto, di litigare con Enzo Ferrari e misurarsi, sì, misurarsi non odiarsi, con James Hunt, che ha preso a preoccuparsi della pioggia come solo i bambini che sanno che non potranno uscire né giocare, e poi a volare, dopo essersi messo in salvo dai tormenti delle piste, ha cambiato motori, ha messo le ali alle sue auto e fondato due compagnie aeree. Perché NikiLauda era un irrequieto, uno scomodo, puntiglioso, e bravissimo, tra i migliori mai sbucati da una curva da quando si esce tutta-manetta dalle curve e senza compromessi, senza un domani, senza, e si fa uguale da una sala operatoria o da una riunione di scuderia, in una collusività esistenziale che dalle piste arrivava alla vita e viceversa, dove ogni gesto era una sventola o non era, ogni movimento era in velocità o non c’era, ogni pensiero era da teletrasporto o non stava in piedi, dove le uniche categorie ammesse per stargli di fianco erano l’inimitabile, l’irripetibile e lo straordinario, il resto stava di lato e spesso lo guardava ammirato, con odio o con amore, ma comunque con ammirazione. NikiLauda era un capolavoro automobilistico, uno di quei piloti programmati per avvitarsi alla macchina, e che ha rischiato di non uscirne mai, la sua trasgressione era starci: in auto e in pista, l’adulterio era passare da una scuderia all’altra, in una alternanza che è strepitio, una sorta di assolutismo materialista votato alla ricerca della velocità contrapposto al nichilismo estetizzante di Hunt. Era questa la gara, questo lo scarto. NikiLauda non ha mai aspettato nulla, né il nonno, né i medici, né Enzo Ferrari, si è sposato tra una prova e l’altra di un gran premio, se ne è andato in sorpassi azzardati e non è mai tornato, non poteva, non era programmato per farlo, non esisteva il ritorno, altrimenti non avrebbe corso, non negli anni Settanta e in Formula Uno, oggi è tutto più semplice, e lui sarebbe intero o non ci sarebbe, e infatti non c’è più.

 

Foto Niki Lauda nel 1978 (Hulton Archive/Getty Images)

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