Maradona: Odissea circolare

«Non ho l’Alzheimer, e non sto morendo». A ridosso della ricorrenza della partita contro l’Inghilterra ai mondiali messicani del 1986 che risolse una guerra con due gol, Diego Maradona che in quella partita divenne bandiera, Luna Park, icona e centrale elettrica, deve difendere il suo corpo e smentire le voci che lo danno ammalato e perduto. Interviene in video a ribadire che è vivo e lotta insieme a noi. Certo, è stropicciato, ma rimane sempre il solito. È ammaccato, ingrassato e ammansito dai farmaci, ha perso l’immediatezza di spirito ed è anche un po’ solo, mentre la sua Argentina continua a boccheggiare in Copa America e Messi non riesce a scrollarsi la sua ombra dalle spalle, ma riesce ancora a ridere e giocare e soprattutto a stupire. Solo che adesso lo fa più lentamente. Mara-slow. Non riesce, invece, a dormire, ci dicono. Ma l’ha fatto mai? Fin dai racconti di Villa Fiorito sappiamo che la notte era solo la pausa tra una partita e l’altra, un buio tra valanghe di gol e dribbling, e anche dopo è stato così, a Barcellona prima e Napoli dopo, e poi a Baires. Ma ora Diego non gioca, e si annoia, abituato a vivere a mille, invecchia senza grandi obiettivi: smartellato Blatter e la sua cattiva gestione della Fifa, perdonato Pelé, visto Platini nella polvere, morti Fidel Castro e Hugo Chávez, si ritrova solo Maduro da difendere come uno dei tanti figli riconosciuti, e Trump da insultare. Dovrebbe anche insegnare a giocare, dopo essersi dissipato nel farlo, e ci prova, ma è lontano dal pallone che conta, e soprattutto paga il dazio al fatto che ha usato il suo corpo come James Dean usò la sua Porsche, e dopo ogni incidente si è rialzato ed ha ripreso la corsa, realizzando la profezia di “Robocop”, nella scena dove l’agente Ann Lewis morente dice a quello che è diventato Robocop, Alex Murphy: «Sono a pezzi». E lui risponde: «Ti aggiusteranno…Aggiustano tutto loro». Ecco, Maradona è stato aggiustato molte volte, e sempre pareva che non dovesse farcela. Dalla caviglia al cuore (nel 2004 molti medici parlavano di trapianto in prospettiva), dalla spalla alle ginocchia passando per lo stomaco, senza dimenticare il suo sistema nervoso provato dall’uso di cocaina; eppure, anche se non è stato un pic-nic, Maradona è ancora qua a spiegarlo, a lamentarsi e sperperarsi, in una semi-immortalità da achilleide. Non potendo consumare la propria anima, che mai ha venduto fin da quando non andò al River Plate preferendo un ingaggio minore ma col Boca Juniors – per realizzare il sogno del padre – e poi non andando alla Juventus e nemmeno al Milan quando giocava a Napoli, ha consumato il proprio corpo: lo ha sbattuto, allargato e ristretto, tirato e spinto al limite, in una combinazione micidiale di sport e droga, e poi anche alcol, come se non ci fosse un termine, poi l’ha rimesso in ordine per ricominciare, in una odissea circolare che avrebbe esaurito chiunque, ma non lui. Anche perché il corpo di Maradona è stato cacciato e maltrattato dalla stampa, usurato ed umiliato dalla mala-stampa che immaginava di non vederlo vecchio, e idolatrato dalla gente di tutto il mondo – mentre ballava negli spogliatoi messicani nel post partita con il suo Sinaloa, come si augurava Pasolini per Fellini attraverso Orson Welles – il regista Asif Kapadia girava un altro documentario su di lui e ovviamente sul suo corpo in conflitto con tutti meno che con la palla, che assolse quando diede l’addio al calcio: «Io sono sporco, la palla è pulita». Ora che ha lo stomaco in rivolta, il cuore in disparte, le ginocchia in fuorigioco, dovrebbe anche essere lasciato in pace, mentre si rimette in sesto, invece in Argentina si scrive che ha l’Alzheimer, e lui s’incazza. Mentre prima davanti ai problemi del suo corpo sorrideva, da supereroe, come all’entrata in sala operatoria per la sua caviglia sinistra – spezzata dal basco Goikoetxea –, o come quando riapparve dopo che il suo cuore fu messo sotto pressione dall’uso massiccio di cocaina, o quando il suo stomaco subì il primo di diversi interventi per essere ristretto – sono 14 anni che lo tormenta – e poi per una emorragia, perché oltre che dalla droga, Maradona, era anche ossessionato dal cibo e dell’alcol, ma sarebbe capace di farsi del male pure con l’acqua minerale, perché è eccessivo, ed è nell’eccesso che vive il suo corpo. Ha lasciato il Messico – e la squadra del Sinaloa – perché le sue ginocchia non hanno più cartilagine e deve essere operato, e anche una spalla comincia a dare problemi, insomma è messo come Mickey Rourke in “The Wrestler” di Darren Aronofsky, e proprio come il personaggio non se la sente di lasciare il ring, perché sta bene solo là, infatti dicono i medici che quando Maradona lavora sta meglio, perché ha giornate regolari, anche se poi non dorme. Mezzo Sudamerica lo vorrebbe – tra club e nazionali – come allenatore, ma come al solito è impicciato in altre cose, tergiversa, solo che questa volta la marcatura è più stretta e lui ne risente di più, perché ci mette molto tempo a liberarsi. Sente la decadenza come un grande fastidio, ragiona da immortale dimenticando che la sua immortalità è nei campi di pallone, e che uscendone è tornato mortale, e nella mortalità si invecchia, si viene assaliti dai piccoli e dai grandi dolori, ma sarebbe impossibile per Maradona regolarsi, farsi vegano o peggio divenire un impiegato della propria fama. E, così, la rigurgita, riducendo tutto in un fenomenale capriccio. Sì, anche la propria salute. Vorrebbe ma non può, perché nel corpo di Maradona c’è Maradona.

[uscito su IL MATTINO]

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