Fausto Coppi: voci, lingue, facce per una macchina unica

Comincia la madre, e dopo vengono su le altre voci: il padre, il fratello, gli avversari, i maestri, i gregari, le spose, i figli, i meccanici e via così, un coro, come una corsa in bici che attraversa il tempo e i paesaggi e dove ognuno fa la sua parte, e poi il campione vince e alla fine parla. “Il suo nome è Fausto Coppi” (Einaudi) di Maurizio Crosetti, è un incastro, un romanzo a tappe e facce e lingue e storie che ricostruisce quella del Campionissimo. È come se lo montassero un pezzo alla volta, di bici e corpo, fino a formare una cosa sola, una macchina non bella e nemmeno perfetta ma unica, che crea una intimità mitologica: quella con la Storia. Una catena di parole e sentimenti che ripercorrono i fatti e mettono ordine in una vita esposta, che prima si conosceva a memoria, e di cui oggi arriva una eco stinta. Crosetti si fa sarto, il sarto della stradalunga verrebbe da dire con Giuseppe Bonaviri, e cuce una lingua, una curva, un record, una caduta alla volta, e via così fino alle grandi salite, fino a far parlare anche Gino Bartali che quando lo vediamo con la madre di Coppi piangere l’altro pezzo di sé che è morto, è impossibile non andargli dietro. Come quando sentiamo Serse – il fratello ciclista, quello capace di farlo ridere – che racconta l’abbraccio di Fausto dopo l’inaspettata vittoria della Parigi-Roubaix, per una volta che si invertivano i ruoli e anche i motivi di gioia, che poi diverrà anche dolore, quello d’un cane che t’abbaia in testa. Crosetti è bravo a farci sentire lo stacco dei luoghi, a trovare gli attimi da inchiodare, i passaggi giusti, prima la campagna poi le città, è bravo a piazzare le apparizioni come quella con Biagio Cavanna che bordeggia la finezza di “Profumo di donna” di Dino Risi, dove il non visto viene sentito fino a rendere superfluo il bene degli occhi. Non era facile rimettere insieme i pezzi di Coppi, srotolare di nuovo le pedalate e il Paese che gli andava dietro, infilare le facce di chi gli stava di fianco e rammendare il tutto, anche le cattiverie, e Crosetti c’è riuscito perché ha circoscritto un pezzo, una vita, un percorso alla volta, e il risultato è che unendo tutte queste volte riappare Coppi, piccolo, smunto, bimbo, poi grande e mai vecchio, stanco e sfinito eppure ancora una volta pronto a vincere ad andare in fuga, lasciando tutti, e in uno strappo più forte anche la vita prima di scendere dalla bici, prima di tastare la durezza di non doverci più salire, rantolando in un letto d’ospedale. Il pregio è di non aver tradito il pudore del campione, di non aver sporcato la ritrosia, di non aver dimenticato la timidezza, di non aver abusato della scrittura, fermandosi sempre un attimo prima dello sbrego, una ruota dietro; perciò tutto suona, tutto ha la misura coppiana d’allungo e stacco, fino alla vittoria, col carico delle emozioni, e il sapere cosa c’è dietro: un ciclista contemporaneo. Crosetti si è fatto gregario, non ha voluto sovrapporsi al campione, è rimasto come tutti gli altri – sì, persino Bartali nella sua ruvida bontà nascosta, il suo capolavoro, e la fregatura di rimanere a raccontarlo col “bello d’essere differenti” – a un tocco dall’ombra, è per questo emoziona: mette il lettore alle spalle di Coppi, gli fa sentire il respiro, contare le pedalate e prender la pioggia ma senza intralciarne la corsa come avviene spesso per le strade, sfiorando la fame e la sete, senza l’ossessione feticista di toccare il campione. Poesia, ossa rotte, fatica, maiali non uccisi e generosità schietta su due ruote, la storia di un uomo solo.

[uscito su IL MATTINO]

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