Balotelli: picaro senza squadra

Falliti i colpi, sprecate le occasioni, rimette in sesto la lenza e prova ancora a pescare in qualche campo, mentre spegne le candeline del suo ventinovesimo compleanno e si proietta nel futuro con una applicazione che lo invecchia e come didascalia promette a se stesso e agli altri di non cambiare. Mario Balotelli è la più grande discrasia dello sport italiano, l’uomo che peggio raccorda il suo fisico da guerriero Ashanti e la sua biografia (calcistica e non), il calciatore le cui gesta fuori dal campo hanno superato quelle in campo (e chi se le ricorda è un nerd) e che sta sempre sul rasoio dell’ultima occasione. Ha sprecato almeno tre biografie di calciatori normali, ha avuto occasioni come pochi altri, eppure ora si ritrova senza squadra, c’era stato un interessamento del Flamengo che poteva dargli una quarta biografia e un carnevale e forse anche un tentativo da Garrincha visto che l’unico Balotelli salvabile è quello esterno, quasi che accentrandosi, avvicinandosi all’area si fosse bruciato, avesse cambiato ruolo e pelle, cercando gol che non sono mai bastati e una posizione che non era la sua. Poteva essere il nostro primo calciatore NBA ma con gli anni sono emersi i limiti tecnici che hanno scavalcato quelli mentali, in uno sperpero di sé che potremmo dire Best-iano se Balotelli prima avesse vinto una Coppa dei Campioni, e fosse stato decisivo. All’orizzonte oltre gli amici sciroccati – da far lanciare in mare col motorino in una sovversione dell’Italia biancofona che maltratta e sfrutta i neri e che vede un bianco invertire le parti per soldi grazie alla leggerezza, non calviniana per carità, di Balotelli – gli rimangono Brescia, Verona e forse Fiorentina: ascensori probabili per un posto in Nazionale che sembrava inattaccabile la sera che segnò due gol alla Germania in un Europeo. Ma i ventinove anni di Balotelli sono fuochi d’artificio sparati nei posti sbagliati, stelle cercate sul soffitto da un letto e non da un campo, e un vagabondaggio piratesco che sa più di Caraibi che di Premier League. A furia di ubriacarsi con titoli e giornali, parole e narrazioni, ha finito per giocare un calcio da disamorato incarnando prima il criceto che insegue e deve rispettare il fatturato e poi quello che oscilla tra i sondaggi dei giornali e gli editoriali contrari e a difesa: metterà la testa a posto? Pare proprio di no, eppure gli basterebbe rispettare le sue radici, andare oltre il nome e non guardarsi allo specchio ma studiarsi, cercare almeno un discendente Ashanti capace di fargli prendere coscienza della forza che può sviluppare, ma Balotelli ha scelto l’irrealtà, ha scelto la vita da rapper al posto di quella da atleta, ha scelto di rimanere un equivoco. Persino Giorgio Chinaglia, nelle numerose inquietudini che lo possedevano, riuscì a vincere e a farsi disciplinare – seppure tra un gol e una lite – da Tommaso Maestrelli, che era un allenatore di buona volontà, ma questa impresa Balotelli non l’ha ancora concessa a nessuno, nemmeno al suo agente Mino Raiola che pure domò Ibrahimovic, ma nel rapporto con Mario esce sconfitto davanti a una torta di compleanno e a un ragazzo che si vede vecchio e lontano, perché ha paura di essere avendo molto avuto.

[uscito su IL MATTINO]

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