Neymar jr: calcio superfluo e petroldollari

Evaporato nella sua stessa inquietudine, mammifero disperso nel Grande Sertão cantato da João Guimarães Rosa, incompleto e insoddisfatto, Neymar da Silva Santos Júnior, per brevità Neymar Jr., rischia l’auto-ammutinamento per incapacità di star fermo quando non gioca. Dal Barcellona era corso al Paris Saint Germain attratto più dai petroldollari che dal progetto – anche perché è incapace di pensarsi in gruppo, vittima del proprio assolutismo – ora “si vede” al Real Madrid sperando nella sete di rivalsa di Florentino Pérez, in realtà Neymar incarna tutto il superfluo del calcio contemporaneo. Più egocentrico di un rapper nero, più egoista di una bionda di Hollywood e più spezzettato di una serie senza sceneggiatore, Neymar Jr., dovrebbe guardare di più al contesto e meno a se stesso, capire che nell’anno di pallone “Ajax I” i club hanno ripiegato sulla squadra e meno sulla stella, credendo che una galassia valga più di un pianeta che gira solo, e dovrebbe cominciare a fare due conti – no, non quelli in dollari, euro, real brasiliano o qualunque altra conversione paterna – con l’uso del proprio talento, fino ad ora più circense che pallonaro, più effimero che pragmatico, mancandogli proprio la struttura di leader, rimanendo un calciatore fochesco, capace di guizzi serpigni e di grandissime scomparse dal gioco, un assente di peso che tra meriti e bisogni fa sempre prevalere questi ultimi, lasciando i sogni della squadra che ha investito su di lui a metà dell’opera, non uscendo dalla modalità d’inconcludente manovriero, esteta del tocco che non è mai decisivo. Doveva essere la terza via tra Messi e Ronaldo e alla fine il pallone d’oro è andato a Luka Modrić, perché lui non solo resta a un tocco dai due extracalciatori, ma si distrae, prendendo altre vie, quasi che la sazietà economica, raggiunta in pochissimo, possa bastare al resto, invece no; sembrava che dovesse divenire il Pelé dei nostri anni, ma del brasiliano non ha la determinazione, non ha la forza mentale e nemmeno quella fisica, e ora rischia di rimanere una evanescenza, per questo rilancia, per questo “si vede” al Real Madrid – Zinedine Zidane lo vede molto meno, nella sua nuova impresa madridista, iniziata con un pragmatismo maggiore e una pressione triplicata su di sé e restituita alla squadra col riporto delle Champions vinte – per riprovare l’impresa di emanciparsi da Messi (che lo ha persino telefonato per il Barça) e ritrovarsi dove Ronaldo è divenuto il migliore, ma dopo gli anni parigini, inutili e dannosi (gli store del PSG lo hanno già cancellato), che ne hanno fatto emergere la banalità, si ritrova a capricciare senza averne il diritto, strologando sull’ambiente e la città come se ci fosse stato paracadutato e non l’avesse scelto, dando la colpa agli altri, come ha fatto anche con la nazionale brasiliana che senza di lui ha vinto una Copa America: aggravandone lo status di inutile gemma calcistica, riducendolo in meme. Neymar Jr. avrebbe bisogno di una squadra media e di un altro padre, di una squadra ambiziosa e di una riscrittura di sé, di una squadra che lo metta al centro del campo ma con un maestro in panca, di una squadra che abbia storia e gloria perduta e che ne faccia un profeta, ridandogli forza, sempre che sia ancora capace di pescare il ragazzino che voleva vincere il mondiale e diventare il migliore, ora la panoramica sulla sua carriera dice riverenza, soldi e insofferenza, astrazione dal gioco e distanza siderale dalle aspettative dichiarate e spalmate tra social, riviste e tivù, insomma, più annuncio che realtà, rimanendo in un mondo di stitichezza glorifica che lo vede più ballare che segnare, più dribblare che impostare, più sperperare che guidare, in poche parole: un debole di petto e testa. Un assente alla chiamata della generosità e un disertore del calcio pensato, avendo – sia chiaro – un arsenale di fantasia e tecnica che, però, viene immunizzato dal narcisismo con palla, quasi che quello che è lo strumento rivelatore della sua grandezza possa tradirlo nel momento della condivisione, nell’atto distributivo che poi è alla base del gioco, quasi che spostando l’azione si perda lo sguardo. Nell’estate del suo sconforto e della sua indecisione amletico-calcistica: Che faccio vado al Real Madrid oppure Barcellona di nuovo o resto un altro anno al PSG ? – siamo oltre i dilemmi del giovane Nanni Moretti –, in realtà Neymar Jr. dovrebbe porsi una domanda conradiana con il carico di bastoni messo da Nereo Rocco: Che faccio divento uomo e quindi anche un vero grandissimo calciatore o continuo a sperperare promettendo di cambiare nella prossima partita, coppa, prossimo campionato?

[uscito su IL MATTINO]

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