Renzo Arbore: Walt Disney per adulti

Arbore Lorenzo, che tutti chiaman Renzo, per brevità nazione in jeans, o cooperativa e/o stabilimento balneare, fin quando vedrai sventolar Bandiera Gialla vorrà dire che ci sarà qualcuno da sfottere e un talento vero da Alto Gradimento. Renzo vive in branco – se non sono orchestre sono trasmissioni – anche se tende a primeggiare: è stato ammiraglio e regista, signore e padrone di case e cucine e audience, riuscendo sempre a conservare il pudore, cucendolo sotto l’ironia. Non si è mai montato la testa, per pigrizia o finzione, quello che conta è che si è comportato da numero decimale pur essendo un numero intero, e che numero. Anche quando si è diviso con Gianni Boncompagni perlopiù – è innegabile sono i nostri Lennon/McCartney, insieme hanno creato l’immaginazione dei bar con colonne sonore della risata – ma anche Luciano De Crescenzo e Troisi e Benigni e cento altri, o col sottoposto ma non troppo Nino Frassica (da rivalutare) o col pari Riccardo Pazzaglia che però sognava la cattedra e René Clair. Arbore no, è il nostro Walt Disney per adulti, potesse girerebbe in treno per casa, uno che cinema o musica, tivù o piazza, ha generato – quando non ha ri-creato – una nazione, lavorando sulla tradizione (altro sberleffo), risvegliando fantasia senza mai nemmeno bordeggiare la volgarità. È l’uomo del jazz – note e parole – quindi del sussurro, dell’appoggio improvviso e della presa in giro, capace di tenere nella stessa sera Totò e Miles Davis, invertendo le parti, con Totò nero e Miles burattino. Perché Arbore è tutto quello che non ti aspetti ancora, tanto che pure oggi la tivù lo piange, le piazze lo invocano – pure a Pechino, lo sapesse Renato Carosone: sai gli sfottò – e pure il cinema può recriminarlo, perché in due film da regista ha coperto la quota Monty Python che a Cinecittà è mancata. Se è vero che discende dalla stessa sostanza dell’avo Carlo Cafiero – anarchico e pazzo – è anche vero che l’avanzamento nel tempo ha prodotto risultati maggiori, la nazione Arbore può vantare allegria e juke-box alle finestre, aneddoti che assicurano romanzi per una vita (un mestiere da fare), e pioggia New Orleans a Marechiaro. Tanto da generare il pensiero che San Francisco e la Beat siano solo una esagerata versione in Lsd di una linea arboriana che muove da Foggia a Napoli e poi a Roma. Ginsberg in mano a lui diverrebbe un monacone che non vuole invecchiare perché non ha visto Murolo dal vivo né provato la mozzarella di Battipaglia, che è meglio dell’Lsd se uno deve suonare una serenata a Dino De Laurentiis fuori agli Studios. Perché Arbore votando Abramo Lincoln negli anni democristiani è il Kundera senza il peso del comunismo – irresistibile per le Brigate Rosse, e pure questa sembra una invenzione – c’ha liberato senza rabbia, impapocchiato senza ossessioni, è divenuto aggettivo senza volerlo, la giusta citazione da fare sempre – capace di scomodare Neruda solo per aver la rima con suda –, distratto e felino come l’occidentalismo dolce che porta in giro, la migliore incarnazione di Peter Pan che poi è Robin Williams invecchiato col mandolino in mano che dice “Azz” a Sanremo, o meglio “Acqua azzurra acqua chiara” come lato A del 45 giri a Mogol e Battisti.

[uscito su IL MATTINO]

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