L’autunno di Maradona

L’immagine del mito e il corpo che lo contiene si stanno separando. È difficile essere Maradona quando Maradona si logora, è complicato continuare a sperperarsi quando il corpo è andato in riserva e questa volta annaspa, accusando l’usura delle vite precedenti. Intorno tutto rimane immutato, cambia il contesto non il calore, che sia uno stadio russo o uno argentino, la gente continua a tributare a Diego Armando Maradona la riconoscenza dovuta alla bellezza ricevuta, al sogno, ai prodigi visti, alla sua grande vita, ma dentro piove, le pareti scricchiolano, e la magia scivola via. L’altro giorno è apparso allo stadio Juan Carmelo Zerillo, del Gimnasia La Plata, la squadra che allenerà per la prossima stagione, ed è stato un evento, quello che popolarmente viene chiamato El Bosque, si è aperto a una festa, che l’ha commosso: con passo da pinguino è entrato in campo e poi con una macchinina è stato portato al centro in processione come ai mondiali sudafricani portarono Nelson Mandela, venerato come un santo, e in quanto santo abbracciato, baciato, cantato e spogliato delle possibili reliquie; lui, una volta sceso, ha abbracciato il pallone della squadra e lo ha stretto come se fosse una persona che non vedeva da tempo, in fondo è stata una parte di sé lasciata a rotolare per il mondo, e anche se alla palla non ha eretto un monumento come fece Alfredo Di Stefano, l’ha amata più di ogni altra cosa, l’ha amata e condivisa, amata e inseguita, amata e difesa: quando diede l’addio al calcio giocato disse che la palla era pulita, e che quello sporco era lui. Ora, dopo dieci anni spesi ad allenare tra Emirati e Messico, Maradona, il più grande calciatore di sempre, torna ad allenare in Argentina, dimostrando anche tutta la sua fragilità. Torna stropicciato – alla vigilia del suo cinquantanovesimo compleanno –, masticando male le parole, con l’andatura claudicante, un leggero tremolio alle mani, lo sguardo da Bambi, la postura arcuata da cowboy, la pancia prominente, un filo di barba grigia e un cappellino da rapper tenuto però dritto come un turista giapponese, come se fosse la resa all’ordinarietà. Niente più pazzie, niente più invettive o grandi imprese, l’impresa eccezionale è di essere ancora là. E, ad uno stadio che lo idolatrava, ha dichiarato di non essere un mago, una dimissione da sé, una seconda ammissione di ordinarietà, anche perché ancora una volta gli hanno dato una squadra disperata, una banda da trasformare in orchestra, una impresa maradoniana per un Maradona stanco, molto sensibile e pure triste, si spera non final. E, in virtù di questa evidente debolezza, è impossibile non volergli ancora più bene, ora che non ha nemici – li ha visti cadere tutti da Blatter a Platini fino a Pelé – ma ha anche pochi amici – se ne sono andati Fidel Castro e Hugo Chávez, i suoi genitori e un mucchio di uomini e donne, e non parla più nemmeno con Jorge Valdano –; il calcio va da un’altra parte, lasciandolo a macerarsi nella gloria del passato e rigorosamente ai margini dei campi che contano, e Maradona invece di lucidare il monumento si ostina a continuare a scrivere il romanzo, chiede altre puntate anche se lo fa a voce bassa. Testardo come Juan Pablo Segundo, quel Karol Wojtyła che fu anche portiere e quindi conoscitore del fascino pallonaro, tra le tantissime cose, e che decise di esibire tutta la sua volontà di resistenza, tutta la sua voglia di rimanere in piedi e lottare, dimostrando al mondo senza remore che si poteva fare; convinto come Muhammad Ali che ci dovesse essere ancora e forse per sempre un seguito, ma il pugile era assistito meglio, Maradona sembra un Calimero spaesato, in lite con la donna che l’ha più amato, Claudia Villafañe, lontano dalle sue figlie Dalma e Gianinna che hanno preso male l’allargamento della famiglia: il riconoscimento degli altri figli, e privo di quella audacia che l’ha sempre contraddistinto. È un re solo, senza regno né crociate, ma con un popolo trasversale che lo ama e reclama, in modo cieco, più gira la provincia più la gente accorre, per accaparrarsi l’incontro, l’occasione, per poter dire io quella volta l’ho visto, LUI esiste veramente, tenendo insieme lo stupore di Sigmund Freud davanti al Partenone: è reale, quindi c’è stata quella storia, l’ossessione tattile per Evita Perón, e l’apparizione immaginifica delle tigri del Bengala che solo Jorge Luis Borges vedeva a Buenos Aires. E davanti a queste manifestazioni di stupore, a questi cuentos y cuentos che lo riguardano: Maradona si commuove, scoprendo ancora di più la sua debolezza, mostrando senza pudore gli impedimenti del tempo, lo spettacolo decadente da vecchio animale che non si esibisce più, ma porta solo se stesso come testimonianza delle imprese, come prova – usurata – della leggenda. E se da una parte vederlo sfaldarsi, vedere addosso tutto il carico delle bollette da pagare alla vita e alla fortuna, tutti i suoi plotoni d’esecuzione portatili che gli girano intorno come mosche, crea dolore, e se per ogni acciacco lui provi anche a cucirci una pezza raccontando quel gol, o di quando ha insegnato a calciare le punizioni a Lionel Messi, il disagio rimane, tanto che viene da ripensare a una scena di “Youth” di Paolo Sorrentino, quando in piscina il protagonista del film, il vecchio compositore Fred Ballinger interpretato da Michael Caine sta parlando con l’attore hollywoodiano Jimmy Tree / Paul Dano, e viene interrotto da un ragazzino che suona il violino ed è stato corretto nella posizione del gomito dal grande maestro proprio mentre stava imparando a suonare su una partitura scritta proprio dal maestro, e, ovviamente, non crede che quello sia proprio il maestro, tanto da andare a verificare, alla reception dell’albergo che li ospita, la reale identità dell’uomo, e, accertatosi della verità, irrompe per ringraziare, e racconta anche che da quando l’ha corretto: il suono esce in modo più naturale, e, allora, il maestro gli svela il perché: «Tu sei mancino, e tutti i mancini sono degli irregolari, quindi una posizione irregolare li aiuta». Mentre avviene questa conversazione, molto lentamente si avvicina Maradona nel voluminoso corpo prestato da “Roly” Serrano e dice una cosa da giovane Holden, ragionando come J. D. Salinger, una cosa da quarta fila, semplice e bellissima, come una punizione tirata a istinto, con l’abitudine alle traiettorie fuori dalla portata dei portieri, il personaggio Maradona dice: «Escuchame pibe» – pausa – «anche io sono mancino» – pausa – «sai». E sorride. Segue un momento di stupore tra il maestro e l’attore hollywoodiano, che poi non resiste e replica: «Cristo, tutto il mondo sa che lei è mancino». E Maradona si contrae in una posa da Cristo mantegnano prima di dire grazie, e poi d’allontanarsi. È proprio questo tipo di ricerca di sé, questa curiosità di sapere quanto la storia delle proprie imprese sia ancora radicata, che spinge Maradona ad uscire di casa, sta lottando contro la morte di molte parti del suo corpo, ed esce a carotare il mondo, la gente, sulla propria storia, si presenta a dire che è Maradona, che è mancino, che è grande, con la stessa curiosità di Holden Caulfield, dando risposte da quarta fila, esibendo tutto il suo logoramento. Dove gli altri vedono un allenatore, una grande gloria, un campione infinito, c’è solo un uomo in lotta, che tenta – in grande e con un pubblico vastissimo – di trattenere il suo mito, così mentre Diego y Armando y Maradona si separano, prendono strade diverse, si smembrano, lui prova a trattenere un pochino di quello che la trinità ha prodotto, un brandello dei miracoli fatti, una eco del canto omerico che fu, e si accontenta, dove prima era esagerato ora è sobrio, dove prima era favoloso ora è parco, dove prima era vorace ora è frugale, in un contenimento al ribasso, in una trincea immaginativa e catenacciara che cerca di non mandare in fumo il poco che resta. E nell’esibizione della mancanza, nella denuncia del furto del proprio mito, c’è ancora la cifra della grandezza, che è l’ultima resistenza prima del tracollo, l’ultima esibizione dopo l’ultima e l’ultima e l’ultima e un poco ancora.

[uscito su IL MATTINO]

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