Il rock’n’roll di capitan Sacripanti

È molto lontano dai mobilifici brianzoli, pur provenendo da Cantù, anche se trasmette concretezza. Ha i modi felpati, Stefano “Pino” Sacripanti, e il senso dell’amicizia del “Noodles” di Sergio Leone ma canta “Un giorno credi”. Uno al quale piace la puzza dei palasport, per questo ha scelto di “scendere” in A2 e allenare il Napoli Basket.

Che ci fa qui?

«In un mondo di confusione come quello attuale del basket italiano: ho incontrato una società che aveva le idee chiare, che mi ha proposto un progetto con obiettivi precisi, che ha accettato la mia visione e mi concede tempo per un percorso fondativo. Ecco perché sono qui».

Dopo anni di provincia lei si ritrova a fare basket in una metropoli, c’è differenza?

«In provincia tutto ruota intorno a te, diventi il rappresentante di una comunità, non ti puoi nascondere. In una metropoli devi conquistarti quel ruolo, decidere di uscire allo scoperto».

Come era Napoli vista da lontano?

«In realtà non è mai stata lontana da me, l’ho sempre amata. Sono 15 città insieme. Mi piace la libertà della sua cultura, poi certo è difficile lavorarci. La prima volta sono venuto per andare sulla tomba di Totò, ancora rido ripensando a lui e Peppino De Filippo ne “La banda degli onesti” che discutono del ragionier Casoria. Ho amato fin da subito un piccolo film, che può apparire strano per un canturino, “No grazie, il caffè mi rende nervoso”, ridevo per la parlesia, e poi James Senese, Massimo Troisi e Lello Arena».

In fondo l’aveva bordeggiata allenando a Caserta e Avellino.    

«Sì, e sono contentissimo di allenare a pochissima distanza dai luoghi di Edoardo Bennato, che amo molto. Il primo concerto che ho visto da ragazzino era il suo, a Cantù, era da solo e cominciava cantando: “Seconda stella a destra, questo è il cammino, e poi dritto fino al mattino”».

Viene fuori che è merito della musica se allena a Napoli.

«In parte lo è. Ma sono qua per passione, vorrei che tra qualche anno ci fossero dei napoletani in serie A e che fossero dei ragazzi educati da me. Dovunque sono andato mi hanno sempre richiamato».

Dice che succederà anche a Bologna?

«In alcuni anni ho anche allenato male, un allenatore lo sa quando allena bene, ma dalla Virtus sono stato esonerato quando avevo la coscienza a posto, ero già oltre le previsioni dell’anno, poi è cambiato tutto, si sono sconvolti i piani. Bastava dirlo prima, non avrei scelto quei giovani, avrei chiesto giocatori per fare altro, o non ci sarei proprio andato. Cerco di mettere l’esempio al di sopra, ma non sempre c’è il tempo».

Che cosa odia?

«La mancanza di chiarezza».

Che pensa di questo basket in cui si tira sempre da tre?

«I giocatori rimangono poco nelle squadre, girano tanto e cercano di mettersi continuamente in mostra. Credono più ai procuratori che a chi insegna. E torniamo a Bennato con il Gatto e la Volpe: “Dacci solo quattro monete e ti iscriviamo al concorso / Per la celebrità”».

Non è strano che i grandi giocatori non siano più specialisti ma facciano tutto?

«Non credo che sia così. Oggi l’atletismo sovrasta la tecnica, è molto più difficile portare a termine un processo di educazione completa così si ha quella impressione».

È sbagliato il sistema o sbagliamo noi con i ragazzi?

«È sbagliato il sistema. Negli Stati Uniti c’è un processo che funziona, con tre sport negli anni cruciali e poi un affinamento con la scelta definitiva».

E se questa nuova fosse una generazione debole?

«Non ci credo. Ho a che fare con moltissimi giovani, e penso che loro vogliano le regole, la disciplina, e qualcuno che gliele dia. Non ricordo con odio i professori severi ma quelli ingiusti. Bisogna dire ai ragazzi cosa fare, invece li bombardiamo di “non”. Ogni scontro generazionale ha le sue vittorie e le sue sconfitte, e in ogni scontro ci vedo una richiesta di regole che provo a dare».

Che rapporto ha con la sconfitta?

«Ancora non la digerisco bene, ma con l’età sai quando hai fatto un buon lavoro e non sempre il buon lavoro comporta una vittoria».

A Napoli il calcio sovrasta tutti gli altri sport, lo segue?

«Sono andato a vedere la partita di Champions contro il Salisburgo. Di Carlo Ancelotti mi piace la forza con la quale riesce a rimanere umano anche nel caos. Ho un buon rapporto col calcio, sono sacchiano, a Milanello andavo a vedere gli allenamenti di Max Allegri, ad Avellino discutevo con Attilio Tesser di diagonali e sovrapposizioni. Però il calcio mi dà la metà delle emozioni del basket».

Sa che Luciano De Crescenzo diceva che nel basket si segna troppo e quindi le emozioni si perdono.

«Non aveva valutato quello che può succedere sul bordo del tempo, allo scadere, puoi essere sotto di otto e vincere di uno, ed ecco il ribaltamento delle emozioni».

Che pensa del ritiro e dell’ammutinamento del Napoli?

«Non credo che il ritiro abbia molto senso oggi se parliamo della sua funzione punitiva, se invece gli attribuiamo una accezione di ricerca, dello stare più tempo insieme per cercare affinità che mancano per il troppo girare e giocare, allora può servire. Ma dove c’è pressione – come nel caso del Napoli – e meno è positivo aggiungerne».

Che cosa le manca?

«Un figlio».

E nel basket? Non le è mancata la nazionale?

«Se intende dire che mi aspettavo la guida come fine di un processo cominciato con le giovanili, allora sì».

Che famiglia era la sua?

«Di maestri, sia mia madre – che veniva da Ferrara – che mio padre – che veniva dall’Abruzzo – si sono conosciuti a Cantù dove insegnavano».

E lei che ha studiato?

«Ragioneria, ma già all’esame di stato ho messo in chiaro le cose, avrei allenato in serie A. Ho cominciato col minibasket con Arnaldo Taurisano, e a 16 anni già allenavo. E anche oggi che sono uno degli allenatori più titolati d’Europa, non credo alla storia dei vincenti e dei perdenti, per me rimangono titoli di giornale».

La sua partita più bella?

«Cantù contro il Treviso di Ettore Messina, e li abbiamo battuti, era subito dopo Natale, una partita bellissima».

E la vittoria?

«Un campionato giovanile 80-81, ci penso spesso a quei ragazzi, all’euforia, all’incoscienza, e anche al fatto che avevamo perso uno di loro».

I suoi esempi?

«Cantù per me rappresenta tutto, quel tipo di educazione proveniente dal basket è la mia vita. Poi ci sono gli allenatori: Ettore Messina, una guida tecnica. Carlo Recalcati per i gesti di umanità, è così che si cresce. Per la disciplina e la fatica: Fabrizio Frates. Infine c’è un amico, che ha smesso col basket ma non con me: Erasmo Nocco».

Il libro della sua vita?

«“L’insostenibile leggerezza dell’essere” di Milan Kundera».

Il film?

«“C’era una volta in America”, io sono come Bob De Niro ho quel senso dell’amicizia, quel modo di credere alle persone e di legarsi, per questo non sopporto chi non parla chiaro».

Crede in Dio?

«Sì, ma sono più cristiano che cattolico».

E lo evoca in campo?

«Cerco di tenerlo più lontano possibile dal campo, ma lo ammetto è successo, qualche volta l’ho evocato».

[uscito su IL MATTINO]

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