Vialli: il trucco di Omero e Arpino

Quando stai male è importante dove e soprattutto con chi sei, per questo Gianluca Vialli ha accettato di diventare capodelegazione della Nazionale italiana: per sentirsi giovane, respirare l’effimero che diventa questione vitale, e rendersi utile in un mondo che conosce bene. Ritornando al fianco di Roberto Mancini – una delle grandi coppie d’attacco del calcio italiano – gioca col tempo, e giocando col tempo soffre di meno, e soffrendo di meno dice a chi non soffre che la scala delle priorità è un’altra, dando più valore al calcio e meno importanza allo schifo che pure si deposita negli angoli da dove partono gli insulti per Mario Balotelli o per il Napoli. Vialli non è mai stato un calciatore normale, piuttosto un punk, uno che irrompeva in acrobazia, che non faceva calcoli, che si divertiva anche fuori dal campo dopo averlo fatto nell’area di rigore avversaria, uno allegro sempre in gita, come se gli anni alla Sampdoria fossero l’università; poi è andato alla Juventus, un po’ s’è moderato, ha continuato a vincere, poi è saltato ancora in Inghilterra giocando e allenando, sempre sul confine, s’è messo a commentare e poi è arrivata la stagione degli esami, e della malattia. Ha subito il colpo come tutti, si è nascosto, ha avuto paura, ha negato, e quindi ha tradito la sua natura, che poi man mano che soffriva è venuta fuori, e lì è tornato punk: un nichilista allegro che ha portato la malattia al centro, ancor prima che questa si manifestasse dal pancreas alla sua faccia. Non ha perso il sorriso, e nemmeno la coscienza, ha applicato il primo sulla seconda, creando il nuovo Vialli, quello che ora farà da cuscinetto in Nazionale, un uomo che ha sempre vissuto e bene, che conosce i vizi e anche la gloria, e la potrà passare ai ragazzi, e da loro prender vita, alimentandosi a vicenda, e intanto mostrare a tutti che si può fare, lottare e continuare a contare, cadere, rialzarsi, e stare ancora al centro di quel mondo superficiale e stupido che è il pallone, ma che poi sa conservare anche uno spazio per i calciatori come Vialli o come Siniša Mihajlović che c’ha messo più epica, è stato persino contestato e tradito, proprio per come s’è raccontato, e per come l’han visto, ma intanto è lì, un muro, dove ognuno ci vede qualcosa e glielo dice, scrive, fa sapere, e lui, resistendo, risponde. Ci vorrebbe Giovanni Arpino per farne un romanzo, per mettere in fila il coraggio di mostrarsi e raccontare e poi anche la paura, dopo aver chiuso una porta d’albergo e aver spiegato come ingannare una marcatura, quando, rimanendo in un corridoio troppo illuminato, fai i conti con la tua marcatura, che è un’ombra che sta con te, che è sempre stata con te, e se fossi in casa ti avviliresti, ma invece c’è ancora una stanza e una ancora e altri ragazzi che vogliono sapere come si fa a sopportare, come se ne esce, e allora mentre racconti dimentichi, è il trucco che c’ha insegnato Omero e poi quelli come Arpino, andare e cantare, e poi consegnarsi, non senza prima aver lottato. La vita è un western e il calcio un remake di quel western, e Vialli era e rimane un grande pistolero, ora che non rovescia in porta, ma deve solo spiegare come si fa, o anche no. Si è alzato dalla sua veranda con dolore, per continuare a sparare, vivere e girare, a starsene in mezzo a un mondo che conosce fin da quando era bambino, e come tutti i bambini pensava che ci fossero partite infinite senza mai dover chiudere le palpebre per la stanchezza. Il suo gesto, la sua scelta, hanno ridato dignità a un ambiente che di solito è fatto solo di campagne e annunci, numeri letti velocemente, cerimonie fugaci aspettando il fischio o amichevoli dove si perde il senso della domanda. Vialli c’ha messo il corpo, e ora la faccia da Niki Lauda, una mappa sempre presente dell’incidente avvenuto, della ferita subita e della lotta in corso, però c’è ancora la sua spensieratezza, ed è quella il vero regalo all’Italia. Vialli ci fa sentire il suo scricchiolio nel posto dove meno ce l’aspettiamo, ci porta dallo scirocco al sottozero e viceversa, davanti a gente nata con la camicia che spesso non se la merita.

[uscito su IL MATTINO]

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