Chiedi alla cenere del Flamengo

Mi chiamo Arthur Antunes Coimbra Almeida perché sono nato la sera del 23 novembre 1981 mentre mio padre era a Montevideo, e come aveva detto a mia madre che reclamava la sua presenza: Mio figlio starà con me tutta la vita, io un’altra Libertadores vinta dal Flamengo non la vedrò. E così è stato. Poi è tornato a casa, ma dopo me e mia madre, e questo racconto mi ha accompagnato e mi accompagnerà per sempre, anche perché lui ha preteso che mi chiamassi come Zico, e questo prima che segnasse il gol della vittoria. A convincere anche mio nonno furono i due gol che il calciatore segnò al Cobreloa dieci giorni prima che io nascessi, nella prima finale di Libertadores. Mio padre è morto non riuscendo a vedere il Flamengo in finale, anche perché non l’ha più raggiunta, proprio come aveva previsto. Questa profezia accompagna i rimorsi di mia madre, che gli ha rinfacciato in ogni lite l’assenza nella sera della mia nascita. Così quando siamo andati in finale di Libertadores, ho riunito la famiglia: io, mia madre e mia sorella – nata senza che il Flamengo giocasse una finale – e ho comunicato loro l’idea di portare le ceneri di mio padre a Lima, e loro non si sono opposte. Sono partito con il mio amico Alexandre e l’illusione di mostrare la partita a quello che rimaneva di mio padre. Sapevamo tre cose: il River Plate era più forte, non c’è più Zico che risolve problemi, e noi brasiliani – con i club – rispetto agli argentini perdiamo spesso. Però c’era una coincidenza, la finale si giocava il giorno del mio compleanno anche se io non avevo figli che stavano per nascere a Rio de Janeiro, almeno per quanto ne sapevo. Ovviamente le cose si sono messe male, al punto che quando mancavano una manciata di minuti alla fine della partita ho poggiato un attimo le ceneri di mio padre, stare per novanta minuti con un vaso in mano non è comodissimo. E se dopo il primo gol sono riuscito a salvare il vaso, col secondo non c’è stato niente da fare, un’onda ha travolto tutto, e Alexandre spinto l’ha centrato facendolo rotolare dalla gradinata. Gli altri pensavano che io piangessi di gioia, invece piangevo di rabbia per aver disperso le ceneri di mio padre in uno stadio, solo che Alexandre per rimediare ha cominciato a raccontare il fatto come se ci fosse stata una volontà, e tutti sono saliti ad abbracciarmi e a gettare manciate di cenere che raccoglievano ai miei piedi, mentre io cercavo di impedirlo, come se fosse un rito che faceva parte della festa. Mia madre ha letto la storia sul giornale e si è convinta che io le abbia mentito. Mia sorella non mi parla più. Nessuno crede alla mia versione e Alexandre gira per le tivù raccontando questa storia e rendendo vani i miei tentativi di far prevalere la verità. Al Brasile piace troppo l’idea che uno nato la sera della prima finale del Flamengo e che porta il nome del calciatore che segnò il gol della vittoria abbia sparso le ceneri di suo padre nello stadio della seconda finale dopo l’incredibile vittoria. Nessuno crede alla casualità del fatto, il club mi ha regalato un abbonamento a vita, Gabigol e altri quaranta milioni di tifosi mi hanno invitato a casa loro. Non c’è niente da fare, la mia esistenza è legata al Flamengo, con un doppio nodo, che non ho fatto io.

 

 

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