Gattuso: marinaio di foresta, specialista in naufragi

«Sono terrone, brutto e nero? È vero. Sono scarso? Va bene», questo era l’ultimo Rino Gattuso registrato, un incrocio tra Ugo Fantozzi e Benjamin Malaussène, tanto che Walter Mazzarri dopo aver battuto il suo Milan disse: «Gattuso si prende colpe non sue». Intanto, lui scarabocchiava moduli, passava dal 4-3-3 a un albero di Natale dove ci metteva pure l’esperienza di quasi 700 partite giocate, ma continuando a prendere gol e a segnarne pochini. La sua panchina al Milan doveva essere la svolta: «Ho messo il cuore al centro dello spogliatoio e gli ho detto che ci possono palleggiare», ma non è bastato per la Champions League. Non che abbia avuto una situazione di normalità, mollato da Maldini, isolato da Leonardo, picchiato da Salvini, ma tutta la sua carriera da allenatore è fatta da sottoscala del calcio e contesti assurdi, una sorta di Odissea, dove lui è un Ulisse meno bello: battezzato ed esonerato – alla sesta giornata – da Maurizio Zamparini a Palermo, naufragato a Creta con l’OFI – dove con un inglese renziano attaccava i giornalisti investendoli a colpi di malakia –,travolto a Pisa da una crisi economica della società, e, infine l’approdo alla Primavera del Milan, quasi casa, quasi Itaca, quasi amore: la squadra che lo ha reso grande, per la quale ha sempre tifato e che sognava di allenare, già all’esordio sulla panchina in Sicilia disse: «Il Palermo è il mio nuovo Milan», e poi con lo spodestamento dei proci e di Vincenzo Montella, arriva “il trono”. E lui fa di tutto, portandolo al sesto posto insperato, e l’anno successivo: al quinto posto, a un punto dai campioni (della Champions), perdendo la finale di Supercoppa Italiana e la semifinale di Coppa Italia, bilancio: un quasi. Un quasi risultato, un quasi gioco – molti sprazzi –, un quasi trofeo. Un maschio Alfa che non ha mai dismesso veramente il campo, non riuscendo a portare in panchina la grinta e la volontà – che tutti gli riconoscono – a masticarla e a restituirla al nuovo campo, dove non gioca più nel mezzo, ma dove dirige dalla panchina, e dove quella grinta serve se supportata da una elasticità di tattica e strategia. È un allenatore ancora calciatore, che è parso adatto nella disperazione napoletana: qualcosa a metà tra il Pd e il Grande Fratello, e dove Gattuso è chiamato a sfoderare le radici calabresi – Schiavonea di Corigliano Calabro – che lo vedevano giovane scaricatore di barche e poi calciatore scalzo – per non rovinare le scarpe – tra le taniche di benzina di quelle barche; una chiamata di realismo, in un abbassamento da élite a popolo, da filosofia a neoneorealismo calcistico, con la speranza che diventi un nuovo Mazzarri, al quale, però, manca Edinson Cavani. Ma Gattuso è anche uno che ha preso la pioggia scozzese a 17 anni – non dimenticandola – scappando da Perugia per giocare con i Glasgow Rangers, dove non ha imparato l’inglese, ha visto da vicino Paul Gascoigne – che lo accolse pisciandogli nei calzini – che poi divenne importante per ambientarsi in una squadra dove c’erano anche Brian Laudrup, Jonas Thern e l’allenatore-padre Walter Smith. Là si rafforza la fama di duro, che poi si concretizza in ogni partita – da calciatore è quello che gioca col crociato rotto o con un occhio che vede doppio – e in duelli che rimandano a un calcio lontanissimo anche se solo di ieri come la testata a Joe Jordan in una partita col Tottenham, lo “stai su” a Nedved dopo averlo abbondantemente picchiato, o le tante manate da Felipe Melo ai suoi allenatori composti – Lippi ed Ancelotti – fino agli assistenti nelle panchine-trincee greche, siciliane e toscane. Per questo, e per come giocava, Zlatan Ibrahimović disse che era l’uomo che si sarebbe portato in guerra, un endorsement di peso, che ha contribuito non poco alla fama di Gattuso, uno che pare in linea con la città strombettante e d’ammuina, che riesce a coniugare alto e basso con la cucitura di Jorge Mendes. Ma Rino-Ringhio è anche un generoso, con tutta la retorica del mediano, uno capace di farsi carico, non un maestro di calcio – ed è anche difficile che lo diventi – ma uno che ama le tempeste, sembra goderne, sembra conoscerne i dettagli, uno più fisico che intellettuale, pronto a metterci il corpo – a Milano l’ha fatto, ed è stata la cosa migliore – come lo metteva quando giocava, senza mai tirare la gamba, a muso duro, uno uscito da una canzone di Pierangelo Bertoli, solo che il calcio e la musica sembrano andare da un’altra parte. Ha anche ironia, sa farsi divorare dai cani, conosce gli spogliatoi, è uno da bar che si diceva “muratore”, che non ha dimenticato il mondo che l’ha partorito e non fa nulla per nasconderlo: «Le cose si dicono pane al pane, vino al vino».

[uscito su IL MATTINO]

 

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