La speranza a Napoli non ha mai avuto vita facile

Si chiama Gennaro, come il santo protettore, è l’uomo forte – apparentemente, come tutti gli uomini forti italiani – il Gattuso chiamato a rimettere in ordine lo spogliatoio del Napoli: un commissario straordinario che parla al ventre seraesco e che rimette in asse la città col paese; con l’allontanamento di Carlo Ancelotti – il calcio non è mai solo calcio, senza scomodare Galeano – si mettono in ordine geometrico, con una linea poundiana, campo, città e regione. L’altro giorno il Censis ci faceva sapere che «disamorati e risentiti, gli italiani vogliono essere governati da un uomo forte al di sopra del Parlamento», proprio come i napoletani che non ne potevano più dell’emiliano Ancelotti, un prodiano del pallone, figlio di Giovannino Guareschi, troppo zen, con troppi titoli, troppa ammirazione in Europa e una idea di calcio che richiedeva sacrifici e applicazione. Era la carta dal colore sbagliato, la scommessa del visionario Aurelio De Laurentiis – che ne esce normalizzato, un Sordi da finale di carriera –, tra l’eccentrico governatore della Campania, Vincenzo De Luca, un derivato del teatro defilippiano, ramo peppinesco, e il sindaco della città – la cui scrivania sembra una canzone di Jovanotti dove convivono Guevara e il presepe a digiuno dell’altro teatro defilippiano, quello edoardiano – Luigi de Magistris. Quella di Ancelotti, era una idea nordica da imporre alla capitale del Sud che conteneva una eresia leggera, senza patemi né sceneggiate, che parlava una lingua fra le più piane e familiari del calcio, e dove, come in Guareschi, la speranza era più forte della paura. E la speranza a Napoli non ha mai avuto vita facile fin dai tempi di Massimo Troisi. Fin dai modi troisiani, il vero sessantotto del Sud – nei suoi film c’è il manuale della crescita sessuale e culturale per tutti i fuori posto al di sotto del Garigliano, il rapporto con l’altro sesso, col mondo, dio e con la propria squadra di calcio –  c’è la ricerca di una sfumatura che prova a liberare i napoletani dalla vocazione all’ammuina, dalla disorganizzazione esibita come vanto, un percorso non di normalizzazione né adeguamento ma di diversificazione: possiamo essere anche questa cosa qua, dove questa cosa qua diventa l’accettazione senza drammi di una sconfitta del Napoli col Cesena – in una scena a letto con Giuliana De Sio –  con prospettiva massima il pareggio, come la risposta: «Anch’io», al «Ti amo» detto dall’attrice. Oggi invece c’è “Gomorra” – la serie – e il tremendismo (con i suoi danni culturali ed estetici: si veda Insigne), con Genny Savastano – al quale Gattuso somiglia molto – che vuole riprendersi tutto quello che è suo, che domina una città aggressiva e imponente, appunto l’uomo forte. È la Napoli furba, quella restituita da Curzio Malaparte, quella dei sotterfugi, degli strappi, della forza, del Masaniello, tutto quello che sembrava essere marginale o solo un prodotto di finzione con molti acquirenti; alla quale, il Napoli-calcio, si opponeva col percorso spinelliano di Rafa Benitez – che citava i Monty Python – e poi con l’Olanda masticata tra la provincia toscana e la periferia operaia napoletana di Maurizio Sarri. C’era coerenza. Ora non più, c’è il trionfo della piazza-mercato, il ritorno al passato, e per chi si stava abituando a questo cambio è un trauma, proprio come Troisi raccontava il suo, quello di uno straniero due volte: «In tante cose non mi riconosco nel napoletano classico, del luogo comune; e questo è ancora più grave perché ’o napulitane è sempre quello furbo, che “sape ascì”. Allora io arrivo “a ’na parte”, invece, e sono emarginato due volte. ’O napulitane timido come me, viene guardato sempre come se fosse furbo: “attiente a chille che è napulitane”. Tu che sei timido e già sei introverso, sentendo “statte accorte a chille”, scumpari proprio». Ecco, il napoletano timido/troisiano aveva trovato dimora in Ancelotti, nella sua pacatezza, ora, invece, si ritrova uno che urla e tutti gli altri intorno che ri-dicono: “statte accorte a chille”.

[uscito su IL FOGLIO]

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