Pinocchio: omogeneità garroniana

L’insidia maggiore per chi rigira “Pinocchio” non è il testo di Carlo Collodi ma la miniserie di Luigi Comencini, dalla quale Matteo Garrone attinge un minimalismo contadino che ci regala un paese dei balocchi neorealista e per questo bellissimo, più degli altri, paglia e scivoli di legno, una fattoria più d’immaginazione che colori, l’albero della cuccagna e qualche bandiera. E sono molte le scene che si lasciano ammirare – dagli interni della casa della Fatina, che bimba gioca col burattino, fino a quella con Roberto Benigni / Geppetto che ritocca la sua creatura dopo le avventure vissute – ma sono anche moltissime le scene che assicurano una omogeneità stilistica con “Tale of Tales”, e ci sta, e con “Gomorra”, e non ci sta. Soprattutto all’inizio Benigni sembra ripetere «Pinocchio» ad ogni frase per salvare lo spettatore dall’effetto “Gomorra” e dalla lingua napoletana, tutti parlano napoletano, il Grillo sembra un ambulante di Casoria, e quando Mangiafuoco / Gigi Proietti (urge indagine, va bene anche del Maresciallo Rocca, sulla maledizione che lo colpisce quando fa cinema) dice al burattino: «Vieni qua», uno s’immagina: «A te piglia’ ’o perdono». Tanto che ci vorrebbe una interruzione con spot antimafia o anche solo voce narrante che dice: «Non è solo quella che investe e costruisce in Svizzera, Lettonia, Piemonte o Lombardia, è la Gomorra che è in te che devi aiutarci a sconfiggere». Perché se lo spettatore si distrae e si ritrova Ciro Petrone che dalla spiaggia dove sparava col kalashnikov, e con lo stesso tono, annuncia l’arrivo del teatro dei burattini, e finisce per pensare a quanto sia bravo Saviano a sceneggiare i classici. Il film ha un’anima gotica, la cupezza delle favole garroniane che diventa luce guida, e ci sta; ma è anche lento come un dolore, e no, non ci sta, perché nella lentezza sopraggiungono pensieri che ci fanno avversare l’artigianato italiano e comprendere il popolo che sceglie Ikea. Anche perché tutto il cinema italiano, e prima la narrativa che lo genera (non il povero Collodi, in questo caso), è fatto di facce e vicende che non riescono a cambiare tono, non riescono ad emanciparsi da se stessi, un continuo incesto d’idee e corpi che finiscono per apparire come pezzi di ricambio (si veda Massimiliano Gallo, ma anche i bambini toscani che ricordano la riproducibilità automobilistica tipo bambino modello – Fiat – “La vita è bella”). E a metà film che sembra un misto “Ciclone” (Ceccherini è sempre quello) più “Gomorra”, quando uno si è già chiesto «Ma che ho fatto di male per vedere Rocco Papaleo che fa l’attore?», tutto appare chiaro: sono gli avanzi (la Lumaca, la luce, il tempo e le case) di “Tale of Tales” innestati con “Gomorra” – in fondo il Gatto e la Volpe chiedono il pizzo e il campo dei miracoli è la Scampia che verrà – che fanno “Reality” aspettando che qualcuno gridi: «Ammmore», come il Marcellino Fonte in “Dogman”, col rimpianto per non aver pensato nemmeno a un cane. Belli i pittori Macchiaioli che tutti vedono sullo schermo, speriamo segua mostra, però, come accaduto con “Martin Eden”, si ha l’impressione che il film non inizi – una eterna metà – e poi non finisca mai, una caratteristica del cinema italiano di questi anni. Su Benigni divenuto finalmente vecchio e saggio, non c’è nulla da dire, un notaio che certifica il punto di forza del film e del cinema italiano, la prossima volta nel ruolo della Fata Turchina, e dopo del Grillo parlante, e ancora mastro Ciliegia e l’Omino di Burro e poi Collodi in uno sceneggiato Rai sulla vita dello scrittore. Ma, si esce dal cinema con delle certezze, le regole per vivere bene sono poche e le sanno tutti: dieta mediterranea, attività fisica regolare, non mischiare il rosso e il bianco, i denti si lavano tre volte al giorno e non si rigira “Pinocchio” dopo Comencini (nonostante sia il nonno di Calenda).

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