Ministero Özpetek

Se Bret Easton Ellis vedesse “La dea fortuna”, l’ultimo film di Ferzan Özpetek (scritto con Gianni Romoli e Silvia Ranfagni), avremmo delle pagine in aggiunta al suo libro, “Bianco”, rispetto a quello che scrive – da sceneggiatore – sul cinema “gay” e, soprattutto, sul film Oscar “Moonlight”. Un nuovo capitolo del sincretismo sessual-religioso del regista, con tutti i suoi canoni: famiglia aperta, coppia in crisi (sia omo che etero), smemorato, frasi strappalacrime, malattia e conseguenti porte antincendio che si chiudono su facce tristi lasciando discussioni a metà, e terrazze, che sono il contesto per le cronache di Narnia del cinema italiano; su quelle di  Özpetek si può constatare l’imborghesimento e un sostanziale incremento economico anche se direttamente proporzionale alla caduta della trasgressione e quindi del sesso praticato. Siamo all’eros che si fa a parole, come cantava Battiato, pensando ai greci, ma questi sono italiani: uno idraulico (Edoardo Leo/Alessandro Marchetti) che non è mai credibile, e l’altro traduttore con tantissimi rimpianti per la letteratura e una cattedra perduta (Stefano Accorsi/Arturo: credibile come gay, ma con sempre lo stesso catalogo di facce da plumcake) costretti a tenere i due bambini (la bimba: Sara Ciocca/Martina Muscarà ha già i difetti degli attori di trent’anni, il bimbo Edoardo Brandi/Alessandro Muscarà è passivo come un fermacarte)  di una loro amica (per Edo/Ale anche quasi compagna) Jasmine Trinca/Annamaria Muscarà, che si ammala; un ruolo consono per una già specialista con certificato medico in altri film, e siccome soffre dentro parla come Tea Falco, e passa il mantra: fissa chi ami, strizza gli occhi e quello scende giù fino al cuore; al contrario del film. E dopo scattano le pagine del vangelo ozpetekiane: il dolore di uno porta alla felicità di altri, e poi: i bambini salvano, e prima ti fanno re-innamorare, la coppia che traballa per via di tradimenti bilaterali – anche i principi azzurri scolorano – litiga e sbatte, ma poi si ritrova davanti alla possibilità offerta di farsi nucleo familiare. Segue balletto in terrazza su musica etnica, scena corale, da alternarsi con le scene di coppia post-litigio in cui Mina – già Santa&Martire&Protettrice – canta Fossati (vista maaaare come nella parodia di Rocco Tanica) e infine arriva Brunori che in poco è diventato il Mughini della musica leggera. In mezzo c’è la solita Serra Yilma/Esra, guru alla quale tutti dicono di dimagrire. Finale a Sud, in Sicilia (che per il cinema italiano o è mafia o è Tomasi di Lampedusa come nel nostro caso, per la tivù è Camilleri) dove c’è la perfida nonna Barbara Alberti/Elena Muscarà dalla quale era fuggita Jasmine/Annamaria: nobiltà con villa, cristo, armadi e morte. In viaggio da Roma alla Sicilia c’è l’apice della crisi: con una scena che di fatto guadagna la palma del ridicolo, una lite con ketchup. Il film si muove nella solita circolarità condita con mezzo mistero questa volta: si parte e si arriva ad un armadio. L’impressione è che il cinema italiano sia come certi ministeri dove ognuno fa il suo, e non si mischiano mai le mansioni, un cinema statale e impiegatizio, un incubo kafkiano dal quale non si s-fugge.

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