Ibrahimović: un progetto nel passato

Il Milan, la squadra che doveva scrivere il futuro, chiede aiuto al passato. Più Barnum che Berlusconi & Galliani, più circo che pallone: ecco il ritorno di Zlatan Ibrahimović, che sarà anche più cattivo di quando otto anni fa lasciò la squadra, ma ha anche un mucchio di partite in più ed è un quasi quarantenne che da due anni gioca negli Usa, con i Los Angeles Galaxy, un posto dove si va a riflettere sulla pensione continuando a giocare con un ritmo lento e con le marcature larghe; c’è passato anche Andrea Pirlo, di cui Ibra ha scelto il numero di maglia, il 21, su indicazione dei figli, dice, quelli a casa col suo cognome, poi ci sono quelli che andranno in campo con lui e forse lo chiameranno papà o zio, o peggio nonno, gli altri, i vecchi compagni che con lui fecero l’impresa, hanno smesso e con Ibra giocano in chat, perché, ora, allenano quasi tutti – con alterne fortune –: Inzaghi, Nesta, Oddo, Gattuso, Seedorf; qualcuno sta in tivù e allena a parole: Pirlo, Ambrosini, Cassano, e uno se l’è ritrovato in panchina: Bonera, il resto lo segue da casa. Già questo elenco racconta l’anomalia di una operazione figlia di una rincorsa, un Eldorado chiamato Europa League – sempre che ci riescano, in bocca alla rete – che l’anno scorso era la condizione da lasciare per potersi concentrare e rifondare, ora è l’obiettivo da raggiungere, curiosità delle emergenze, col povero Pioli che deve lottare contro il tempo e la squadra pensata per Giampaolo, insieme a un supereroe – Ibra – con le rughe. Una strana operazione che mescola la saudade per una stagione che – ora – appare irripetibile, attraverso l’ultimo pezzo rimasto che viene a giocarsi gli ultimi scampoli di numeri calcistici, e sicuramente qualche pezza qua e là ce la metterà, però, mentre la Juventus, l’odiata Juventus, l’invincibile – alla lunga, nonostante i colpi di Simone Inzaghi e della sua Lazio – prende Dejan Kulusevski di anni 19, il Milan punta tutto su Ibra che di anni ne ha 38 a ottobre 39, e il suo procuratore Mino Raiola – uno da studiare – non parla di obiettivi ma di passerella e ultima tournée: «Zlatan è tornato per divertirsi e per far divertire il mondo. Non potevo permettere che il suo ultimo palcoscenico fosse Los Angeles. Questi sei mesi saranno come l’ultima tournée dei Queen, un lungo tributo: bisognava farlo a San Siro». “Who wants to live forever?” Come cantava il grande Freddie Mercury. Viene a farsi tributare e forse a salvare la strategia di Boban – che quando commentava in tivù era severissimo con le scelte del Milan, nessuno era mai degno della maglia, e ora gioca al ribasso – e Paolo Maldini che si è consegnato al silenzio come certi monaci buddisti davanti alla forza cinese. E la scelta sembra uno di quei rimpasti di governo fatti per correre ai ripari, pescando l’uomo del passato ancora amato dalla piazza, legato a una stagione d’oro che per un po’ – tra interviste e amarcord – può tenere a freno l’irreversibilità del tempo. Ibra deve fare Mister Vertigo e volare a prendere palloni e superare avversari, sperando che il corpo regga e gli acciacchi siano pochi, un racconto sorianesco che ci dice che anche Milano, quella sponda milanista, si è voltata, arresa, al presente cominciando a fare progetti nel passato secondo il pessimismo di Ennio Flaiano. Un Ibra meno irruento anche se sempre bravo a regalare titoli e a farsi immortalare al centro della scena, non fu mai impallato – come si augurava Vittorio Gassman – ma marcato sì, e sarà sempre più difficile liberarsi – dopo due anni di aree libere poi – per dire, da uno come Koulibaly ma anche da un Acerbi. «Si pensa a una partita alla volta, sono qui per aiutare la squadra e migliorarla: non sarà uno sprint da centometristi ma una maratona. Questo è l’obiettivo collettivo, quello personale è di divertirmi in campo. Ho voglia di sentire l’erba e la pressione dello stadio: se mi fischieranno aumenterà l’adrenalina, e a fine partita applaudiranno». Insomma, hanno trasformato il Milan in una raccolta di vecchia gloria, una sola, l’ultima ancora in giro per i campi, una Greatest Hits per il solista – dei Queen come dice Raiola o di quello che volete voi –, a questo punto vale anche tener conto che Gianni Rivera a 76 anni ha preso il patentino da allenatore: non è mai troppo tardi. Ora che al Milan hanno scelto un santone, s’aspetta il miracolo, che è una delle grandi forze del calcio, ma anche uno dei suoi maggiori inganni.

[uscito su IL MATTINO]

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