Hammarcord: Craxi e Fellini, domatori di leoni

I corpi di Federico Fellini e Bettino Craxi si stendono in quell’enorme album Panini che è la memoria italiana. Sezionati e ri-raccontati. Ogni italiano ha i suoi celo, mi manca, i suoi doppioni e la figurina più cara, o quella che, pizzaballescamente, non esce. Da una parte si canta il cinema e dall’altra la politica, perdendosi la lezione di Giulio Andreotti – raccontata da Tatti Sanguineti –: la politica è cinema di secondo livello che si serve del primo. Se mischiassimo le figurine delle due parti, potrebbe venire fuori un Craxi regista con tanto cinema di notte che esce dall’hotel Raphaël, e un Fellini politico che rientra all’alba al Grand Hotel di Rimini dopo aver discusso la finanziaria, o invertire solo le biografie e immaginare Fellini sfollato ai confini della Svizzera che poi vede Mussolini a Piazzale Loreto e Craxi a Rimini ad aspettare il Rex, per poi farsi vitellone e venire a Roma a disegnare e filmare una Italia bugiarda. O fare di meglio: immaginare un film di Fellini sul Craxi in esilio, con Hammamet reinventata ad Ostia: via suburre, zingari e romanzi criminali, trovatemi degli arabini, mettetemi un minareto al posto della palestra degli Spada. E ri-girare “Lo sceicco bianco” negli anni Novanta con Craxi al posto di Sordi e una coppia tunisina in viaggio di notte a Roma che perde l’ingenuità. Anche Craxi/Zampanò non sarebbe male, in fondo non aveva nani e ballerine intorno? Secondo la fotografia dello sceneggiatore Rino Formica, un Flaiano più basso prestato alla politica. Craxi era un grande domatore di leoni, e poi sulle prove di forza alla Zampanò quante ce ne ha date da Sigonella in giù? Il teatrino della santa martire in “Giulietta degli spiriti” non è forse la sua nomina a segretario del Psi? E tra una scena e una figurina, d’improvviso, fermarsi a chiedersi: ma Martelli è Tonino Guerra giovane o Andrea De Carlo che ha fatto incazzare Fellini solo sul finale? E poi la “Dolce vita” certo, al Raphaël, con De Michelis nella Fontana di Trevi e i paparazzi che lanciano monetine, con Craxi che vaga per Roma sognando la svolta del Midas, ma nelle sezioni del Psi si ritrova Celentano che gli canta Garibaldi e Marina Ripa di Meana e Moana Pozzi che ballano mentre Nenni sorride e non capisce e in giro le statue di Pertini in vita, aviotrasportate nei cieli di Roma. E Fellini alle prese con De Mita? L’onirico e l’omissis, il salto del segno e quello degli accenti, con Anita Ekberg/Balena Bianca che vuole disarcionarlo e le tentazioni di Antonio sono quelle di Di Pietro, e il latte, non allude più al seme, e nemmeno all’elettorato, ma alla copiosità delle accuse e delle inchieste e degli arresti: ecco la crisi di 8½, Forlani, De Mita, Spadolini, una prova d’orchestra, e poi i vertici con Margaret Thatcher: Sai Margheritina che ti vedo bene ne “La città delle donne” a frustare Marcellino? E con Ronald Reagan: Certo, Ronaldino, Sigonella era un mio sogno, che cosa erano i carabinieri intorno all’aeroplano se non uno dei miei girotondi con la musica di Nino Rota? Sapevo che avresti capito, la politica come il cinema è rappresentazione. Se non c’aiutiamo tra di noi bugiardi. Sai Ronaldino che ho deciso di fare politica vedendo un clown all’alba che beveva a una fontana? Sembrava un fantasma, la notte avevano, anzi avevate, bombardato Rimini, o forse no, che importa? E Craxi gira “La voce della Luna” con Lucio Dalla e Arbasino che girano tra le sagre con le bancarelle disegnate da Panseca, dove Minoli canta in piazza la malinconia d’un Mario Chiesa che dice a tutti che diventerà sindaco di Milano, presto o tardi o mai. Alla fine il pool di Mani Pulite sono i giapponesi che interrompono i sogni di Fellini, con Travaglio che urla in tivù dalla Gruber: E “Il bidone” non lo proiettate? Confondendosi tra realtà e finzione, diritto e carnevale. Finale con Craxi/Casanova che scivola lento, attraversando fiamme, letti, donne, banchetti, congressi, patti lateranensi e papi, per finire nell’album di figurine del giovane Veltroni.

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