Barcellona: crisi d’identità della squadra-nazione

Non bastava unirsi alla letteratura facendo del cinema naturale in ogni azione, no, si sono voluti fare squadra-nazione, e quindi politica all’ennesima potenza, esplicitando, prima delle piazze e dei referendum, il desiderio d’essere altro: un assolutismo culturale e sociale che andava in cerca dell’indipendenza passando dai campi, durante una partita, andando oltre la declinazione religiosa delle squadre irlandesi, l’appartenenza di quelle scozzesi, le accesissime rivalità di quelle sudamericane, e scavalcando anche generi e mestieri che caratterizzavano le squadre sovietiche, il Barcellona ha scelto d’essere una singolarissima espressione politica, complicando tutto, e, ora, paga questa scelta come ogni democrazia europea, con una crisi, d’egoismi e di shakespearismo, come aveva previsto anni da Josè Saramago a proposito degli stati del vecchio continente. A lungo il Barcellona è stato un portatore di sogni e desideri, che si incubavano sugli spalti e si diffondevano negli abbracci post gol, poi quando il dominio è diventato primato, quando col Messi(a) e con il prescelto Pep Guardiola – e una squadra meravigliosa e irripetibile – c’è stata la spinta propulsiva, il trabocco e quindi la fuoriuscita del progetto, l’adesso facciamo il passo successivo, tanto che l’allenatore catalano che ora gioca a fare il Mazzini da Manchester, quando riportò la Champions League a Barcellona affacciatosi dal balcone dal palazzo della Generalitat, urlò alla folla: «Ciutadans de Catalunya, ja la tenim aquí», che suonava come un refrain: «Cittadini di Catalogna, la teniamo qui», perché citava Josep Tarradellas, ex presidente della Catalogna fuggito in Francia a causa del franchismo, che nel 1977, tornato a Barcellona dopo un esilio di 38 anni, dallo stesso balcone aveva detto: «Ciutadans de Catalunya, ja sóc aquí» («Cittadini di Catalogna, sono qui»). Tarradellas firmerà poi l’Estatut, nel 1979, che faceva tornare autonoma la Catalogna dopo decenni di repressione. Barcellona, città e squadra sono una sola cosa (come le città stato greche) e insieme sono un mondo a parte (come quelle medioevali), dove convivono sinistra e nazionalismo, in una strana commistione, dove può vivere la memoria della bellezza di Manuel Vázquez Montalbán, e le tre grandi ragioni di stampo egoistico-illusorio come spiegò bene nel momento più acceso delle proteste la scrittrice Alicia Giménez Bartlett ad Omero Ciai: «La prima è che si tratta di una generazione che ha fatto tutta la scuola con il catalano come lingua principale. E con un indottrinamento ideologico abbastanza importante. Sono convinti che la Catalogna sia il centro del mondo. Un’altra ragione è che hanno lavori precari e malpagati o sono disoccupati. E l’indipendenza è un’idea sovversiva contro un sistema che li ha emarginati. L’indipendenza regala loro una via d’uscita da questa rabbia, dal sentirsi ingannati. E terza ragione, il bisogno di vivere, come generazione, una esperienza politica importante. Un’utopia. Hanno bisogno che accada qualcosa di epico nella loro vita come accadde nella nostra quando lottavamo contro la dittatura». E, con una inversione di passione e prime pagine, mentre la politica si impossessava di ogni cosa catalana, l’esplicitazione catalanista subiva lo smacco delle Champions League madridiste, dell’erranza con minor successo con cambio di pelle e tattica di Guardiola, l’arresto di Carles Puigdemont e come ciliegina la decadenza di Josep Maria Bartomeu e le contestazioni del Camp Nou che gli urlava di dimettersi. In pratica il fuoco che aveva acceso il tutto si è fatto fiammella. O comunque quello che era il ministero degli esteri del catalanismo vive una crisi profonda, come era capitato alla democrazia spagnola, uno stallo catalano, dopo molto movimento: e pensare che quel movimento, almeno in campo, era cominciato con Cruyff – persino Dalì voleva essere il calciatore olandese – e il Barcellona si era messo a surfare in campo – divenendo l’esercito disarmato della Catalogna proprio come sognava Montalbán –, e poi aveva generato lunghe onde d’illusione nazionalista, alzando il volume del secessionismo. E alla fine, mischia oggi, mischia domani, è diventato un ministero da occupare, la punta più avanzata dove esercitare altro, dove andare oltre la rappresentazione giocosa della contrapposizione, importando il peggio della politica senza esportare la bellezza del gioco che solo gli stupidi non hanno apprezzato. Così hanno silurato il tecnico Valverde, sono finiti a spiarsi, a gettarsi fango addosso tra vecchie (Éric Abidal) ed eterne nuove glorie (Lionel Messi(a)), dove prima invece c’erano passaggi decisivi per grandi gol che portavano a vittorie grandiose. La seduzione ha ceduto il passo all’infiltrazione, e poi è stata divorata dall’indifferenza, quelli che dovevano essere fratelli perché si sentivano più fratelli degli altri sono diventati nemici o quasi. Epica e sentimento si sono dispersi, e, forse, solo dei titoli calcistici possono rimetterli insieme, ricucendo col pallone quello che il pallone aveva creato. Adesso, il Barça, nel colmo dei colmi, vive una crisi di identità, la squadra che aveva fatto dell’identità una ragione di vittoria, viene sommersa dalla decadenza identitaria, è probabile che l’invocazione di nuove elezioni portino a un cambio di dirigenza societaria prima e poi tecnica: con il probabile arrivo della diarchia tutta catalana Xavi-Pujol, un ritorno di due calciatori – in veste diversa – della stagione guardiolesca, che rimane quella più intima e pure più alta, e se non bastasse allora toccherà richiamare il profeta Guardiola, e chiedergli di reinventarsi ancora una volta il sogno: sulla panchina o alla presidenza della Generalitat, perché all’indipendentismo è mancata una tattica vincente.

[uscito su IL MATTINO]

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