Sharapova: Tennis, ti sto dicendo goodbye

La prima racchetta gliela diede Evgenij Kafel’nikov quando era una bimba di quattro anni – e adesso che smette, non possiamo dire che non l’abbia usata al meglio –, a sei, invece, Martina Navrátilová le disse di andare da Nick Bollettieri: «Se vuoi crescere vieni in America», e lei si trasferì negli Usa, il resto sono vittorie e successi, con John McEnroe che per andare controcorrente dice: «È la migliore di sempre», non è così ma non ha importanza. Maria Sharapova, bionda, alta, occhi azzurri, e con metrate di cosce, che lanciò la moda dei gemiti per ogni colpo dato «Ma per me era naturale», Maria-Masha, saluta dal suo profilo Instagram: “Tennis, ti sto dicendo goodbye”, e senza voltarsi si incammina verso un’altra vita, smette a trentadue anni e niente lamenti, perché lei ha tanto da fare ed è sempre stata senza età, sempre pronta, matura, e in transito – tre volte numero uno, ma svolazzando – senza il peso dei passaggi, leggera, una prescelta, anche se dipende dalle interviste. Lei che voleva fare l’architetto e che già da un po’ disegna abiti: «Del resto il tennis è ricerca dell’organizzazione dello spazio» come disse ad Angelo Carotenuto qualche anno fa prima di vincere il Roland Garros, quasi che una cosa valesse l’altra in attesa di tornare al disegno. Affascinante e vissuta. Una top model con la racchetta, esagerata in tutto, tanto che solo un verso di Corrado Guzzanti la può inchiodare, come fa anche Adriano Panatta nel suo libro, che essendo allievo di Paolo Villaggio lo riporta senza paura: «Nun sei donna, sei modella, sei de più. Ma che me stai a pijà per cu’?». Una troppotennista, con sintomatico mistero e inarrivabilità. Uno e novanta di gambe da cinema, tra fiction e realtà, rattoppi sovietici in salsa americana. Freddo e caldo. Mosca e Florida. Mar Nero e oceano Atlantico. Una tennista coca-cola, ogni natale un messaggio diverso, come per ogni vittoria. La tennist-emigrante che si fece multinazionale da 30 milioni di dollari e che ha fatto della sua autobiografia un compiacimento: “Inarrestabile: La mia vita fin qui” (Einaudi), infischiandosene pure della positività ai controlli antidoping dell’Australian Open 2016. La sua positività si chiamava Meldonium / Mildronate, sostanza vietata da poco, usata da tutti gli atleti russi, ma proibita: «È un integratore che uso da dieci anni, prescritto dal medico di famiglia. Lo prendeva anche mia nonna per le extrasistole». Niente da fare, un anno e tre mesi di condanna, dopo il ricorso, passati col fotografo al seguito. Che volete che sia per una che viene da Gomel, Bielorussia, che dista pochi chilometri da Cernobyl, Ucraina. Il padre, Jurij, addetto alle ciminiere degli impianti, la madre, Yelena, è incinta di lei quando sente lo scoppio del reattore nucleare, scappano, 36 ore di treno per arrivare dai nonni a Njagran, in Siberia, poi a due anni il trasferimento a Sochi dove conosce i Kafel’nikov, il resto è tennis. Numero uno a diciotto anni, l’anno prima aveva vinto Wimbledon, era il 2004, batteva Serena Williams, non prima di aver inavvertitamente calpestato una cacca di volpe «Porta fortuna, ma io non lo sapevo e la puzza era insopportabile», e dopo la partita cercava campo col suo telefonino per chiamare la mamma, una adolescente disturbata dai gradi, che poi erano i duchi che volevano “solo” premiarla. Un drago con la racchetta, aggressiva, riuscendo in una discrasia emotiva a portare in campo con percentuali imprevedibili la natura algida da siberiana e la bollente passione che accomuna i tennisti che vincono: violenza tenera che si squaderna sui campi, senza remore, perché immersi solo nella partita, perduti dietro alla palla. All’opportunismo tattico ha unito una determinazione da scalatore, condensando al meglio sangue freddo e calda fede, in se stessa, konechno. Una tennista senza angoli, ma solo curve e volée. Che conosceva le sue debolezze e le dichiarava senza problemi: «Mancavo di velocità, goffa nell’andare a rete e negli spostamenti orizzontali». E prima aveva anche un dritto moscio, poi aggiustato. Ma Maria-Masha non si è mai arresa, se perde si compra un anello da Bulgari, e se vince lo racconta come per il Roland Garros: «Per la prima volta sulla terra non mi sentii come una mucca sul ghiaccio». Ha cambiato molti fidanzati perché non si incastravano a bordo campo, ha licenziato uno come Jimmy Connors, ha allontanato con una mail suo padre Jurij e lasciato a casa Michael Joyce. Se ne va con cinque Slam (Wimbledon 2004, Us Open 2006, Australian Open 2008 e due Roland Garros, 2012 e 2014), non male per una che voleva essere Audrey Hepburn e stare altrove.

[uscito su IL MATTINO]

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