Gianni Mura: (se)vero padre della scrittura artigiana

L’unica volta che era stato costretto a riscrivere un pezzo era stato quando aveva cercato di fare Gianni Brera. Un desiderio che si era infranto davanti alla lettura di Gualtiero Zanetti, direttore de “La Gazzetta dello Sport”, che gli aveva strappato l’articolo con i “struggle for life” e “se capiss”, “crapottone” e “Weltanschauung, pirlare e saudade”, e pregato di riscriverlo. Dopo, Gianni Mura – che è morto a 74 anni a Senigallia –, aveva dovuto passare il tempo a dribblare tutti quelli che gli davano dell’erede o del nuovo Brera. Era stato condannato ad essere Brera in contemporanea prima e in eredità poi, un Brera meno compiaciuto con radici diverse e interessi allargati, sempre orso ma più buono, non aveva nazione ma città, Milano, costretto ad inseguire e raccontare il gesto non in assenza di immagini – come era accaduto spesso a Brera – ma in sovrabbondanza. Non era uno scrittore, ma i suoi libri rimarranno; non era un direttore – lo era stato per poco su richiesta dell’amico Gino Strada – ma tutti avevano imparato qualcosa da lui, soprattutto i direttori; non era solo un giornalista sportivo perché in ogni pezzo c’era l’inizio di un romanzo. Mura era un maestro, ma si incazzerebbe e tanto, diciamo un padre della scrittura artigiana: ogni anno al Tour de France c’era sempre un collega giapponese che faceva il pezzo sul giornalista italiano e la sua Olivetti Lettera 22 verde acqua – che gli rubarono a Liegi, e che l’inviata del “Figaro” Irina de Chikoff, raccontò sotto un titolo a 4 colonne, i francesi gli volevano bene e tanto – poi divenuta Lettera 32, macchina che era protesi e biografia, ne faceva un alieno, tanto che, puntuale, qualcuno gli chiedeva:  «Non ha paura di disturbare con questo rumore tutti gli altri», e lui, ormai allenatissimo e prontissimo senza smettere di picchiettare sui tasti: «No, non ho paura, semmai sono tutti gli altri a disturbarmi col loro silenzio». Veniva dalle osterie, dai casini per strada, dagli stadi scomodi, amava i quartieri poveri e i poveracci, aveva un suo vangelo che dallo sport arrivava alla vita e viceversa, dove la scrittura era una possibilità se non per raddrizzare le cose almeno per metterle alla storia, era monicelliano, perché preciso nelle parole e nei giudizi, secco nelle battute e nei racconti, e alla fine rivendicava la forza del ciclismo, dove, diceva, c’erano i muratori dello sport e la fatica vera. Non è un caso che se ne sia andato nell’anno senza Tour de France, per lui che contava la vita e le estati in Tour, e che nel racconto delle tappe ha scritto il suo grande romanzo che partiva dalle ruote delle biciclette e si allargava al paesaggio, all’architettura e finiva a tavola con cibo e vino, perché conosceva tutto di quelle strade e di quella gente, profumi e dialetti, campi e cucine, ogni suo Tour era un ritratto completo della Francia, e di chi c’era non solo di chi vinceva, che condiva con l’ironia e la curiosità, l’ironia figlia della Milano di Beppe Viola ed Enzo Jannacci e la curiosità bambina che non gli era mai passata e che lo faceva rispondere sempre e a tutti. No, non ha mai avuto la compostezza del ruolo, anzi, aveva la giustezza della risposta e la prontezza d’animo: perché veniva dalle brevi, dai tagli bassi, dalle scarpinate, dalle partite assurde e dai collegamenti ancora più assurdi per raggiungere quelle partite, dove ogni viaggio era già racconto e viaggiando imparava a salvare ricordi e parole, attimi e silenzi. Un fuoriclasse con gli aggettivi, scultore della frase esatta che basta come ritratto, e con una attenzione maniacale alla marginalità. Aveva orecchio, per dire: conosceva anche il Murolo più dimenticato, il Di Giacomo perduto, e poteva parlare di Alfonso Gatto per ore e meglio di qualunque critico. Perché Gianni era attento al ritmo e al suono, una canzone era fondamentale per scrivere e scriverne, un verso, una nota aggiungevano aria a una partita o a una corsa. Per forza di cose doveva poi ricondursi allo sport, era la sua stanza, ma ci arrivava, sempre, con un carico di altre cose, altri mondi, perché quella stanza non aveva pareti. Amava scrivere e prima leggere, e solo dopo migliaia di articoli, aveva provato a farsi giallista alla Montalbán – che avrebbe pagato per scrivere di sport come Gianni – «Ho aspettato di compiere sessant’anni prima di pubblicare qualunque cosa. Il primo l’ho ambientato al Tour. Poi mi sono reso conto che o fai delle cose di fantascienza o se lo ambienti in un posto lo devi conoscere: Milano la conosco ma ci sono 30 giallisti, e allora Ischia». Due soli romanzi, più altri libri, dove a stento ci stava un quarto della sua vita portentosa, eppure sono bastati per dirci del suo mondo, un mondo antico, da pane e salame e vino rosso, ma che era pronto a saltare sullo champagne – conoscendone tutti i segreti – senza sfigurare. Voleva essere un cattivo pensiero e ci riusciva, ma alla fine, poi, c’era sempre del buono, un ammicco burbero, e la vecchia speranza: che venisse da un ragazzino che butta fuori il rigore fischiato senza fallo o da un prete o un libro o una canzone. Le sue rubriche, i suoi pezzi, i suoi ritratti: erano l’equivalente di una banda musicale, sfilavano tra le pagine come i musicisti tra le strade nei giorni di festa o ai funerali: portando la giusta nota, non di più né di meno, il giusto nodo con i fatti, sotto al balcone come sopra al tavolo. Se consigliava un libro ci aggiungeva la giusta colonna sonora, così per un cibo il vino, o per un viaggio il posto dove passare, la piazza dove leggere in pace. Perché Mura apparteneva alla generazione di quelli che se spiegavano era per farti scansare fossi e renderti migliore, la sua voce disegnava strade, perché di strade i suoi occhi ne avevano viste tante. Era angelilliano, e per ripicca lasciò l’Inter quando il mago Herrera fece vendere l’attaccante, divenendo del Milan, amava Pesaola, che incarnava l’aristocrazia sporca di chi ce l’ha fatta ma non mena vanto. “Coppi il più grande, Merckx il più forte” ma battezzò Marco Pantani, Pantadattilo, con l’affetto d’un Geppetto, poi costretto ad inseguirlo. Non ci poteva pensare che Pellé in Cina avrebbe guadagnato più di Maradona, né che la “Gazzetta” non mettesse Raymond Poulidor in prima il giorno della sua morte. Si incazzava, era (se)vero, perché rimasto un campo di periferia, uno da bar, dove la sfanghi solo se hai sostanza, e lui ne aveva da regalare e l’ha fatto.   

[uscito su IL MATTINO]

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