L’esercizio del proprioquà

Il proprioquà è la versione casereccia del Not In My Back Yard, il principio di un litigio più o meno con sangue, e l’indicazione precisa di una violazione apparentemente nulla per tutto il resto del mondo tranne che per uno. È una delle poche cose non dribblabili o ineludibili di un quartiere periferico, che diventa il più gentile diccaaaa ministeriale o il Va’ a laurà, barbùn nel nord. Ora si dà il caso che A. stesse proprio lavorando, ma queste cose all’enunciatore del proprioquà non gliele puoi dire, e dico A. – che poteva anche essere C. o N., non ha importanza, certo con l’aggiunta della pelle nera il proprioquà scatta più velocemente non trovando sguardi successivi, non concedendo un’altra possibilità e nemmeno una attenuante – se le brucia tutte scendendo dal furgone, lasciando il mezzo di trasporto che ha sul lato la scritta che dice chiaramente che è un corriere che farà la sua consegna e andrà via, ma il proprioquà non ha una concessione di tempo, potrebbe averla ma trattandosi di un negro, via, non c’è più questa possibilità di fermata veloce con citofonata scarico e ripartenza, poi A. ha anche una percentuale di sfiga pari soltanto agli indios dell’Amazzonia in questi giorni con il Covid-19 e Bolsonaro al governo. Perché scende disorientato dalla città deserta e da un indirizzo confuso, e si appoggia all’auto sbagliata mettendosi a telefonare, e lì il proprioquà trova la collimazione massima, una congiunzione astrale tra l’esercizio del proprioquà, il primaglitaliani e l’estensione del suo cazzo con autoradio: LA SUA AUTO, A. sta poggiando il suo corpo con pelle nera sull’auto di proprioquà, quindi tredueuno ha preso la pistola, tredueuno sta cercando i proiettili: uno ha sparato, primo colpo mancato di poco, due, il colpo sfiora A. ma si conficca in uno sportello, tre, il colpo, boh, A. è nel furgone, mentre proprioquà continua a sparare, quattro cinque sei, e a mancarlo. Abbiamo trasmesso l’esercizio del proprioquà avvenuto ieri a Bari.

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