Forgetting Silone

La memoria di Silone perde lettere. La N del suo cognome, la R di Ginevra, e la G del maggio natio, si sono staccate dalla carne muraria, aggredite dall’ umidità e dall’incuria. Monco, su un muro di pietre, sta il ricordo di Ignazio Silone, scrittore. Seppellito sopra il suo paese, di fronte alla conca del Fucino, sotto una grossa croce di ferro incastrata fra un nugolo di rocce ai piedi del campanile di San Bernardo. Sembra una delle stazioni della via crucis che si susseguono lungo il tragitto che porta alla tomba, a un bivio si può scegliere tra Ignazio Silone e il tiro a volo, dall’altra parte fra lo scrittore abruzzese e Mazzarino, svincoli come metafore. Sì, il cardinale, successore di Richelieu alla corte francese di Luigi XIV, primo ministro abile e spietato, è nato a Pescina, e non molto lontano da qui a Pescasseroli è nato Benedetto Croce; Abruzzo terra bianca, chioccia del “non possiamo non dirci cristiani”. Intorno all’altare siloniano di pietra, oltre le stazioni della via crucis, e un ricordo di Romolo Tranquilli (il fratello di Silone morto nelle carceri fasciste): siepi ordinarie, panchine vergate da amori, sembra, obbligati a consacrarsi al legno per vivere, e in alto i resti di una chiesa senza testa, archi di mattoni che girano a vuoto, svastiche ai muri: nero su pietra, vuoti improvvisi, lesioni come dolori, rughe d’aria, ferite a secco, erbacce che invano tentando di coprire l’abbandono, irregolari muri di età passate. Salendo si incontrato piccole grotte, rifugi cavati nel ventre sabbioso della montagna, e sparute case che vacillano ubriache sotto un timido sole primaverile; qualcuna scoperta si mostra nuda al cielo e ai nostri sguardi, altre serbano buchi come pozzi, scuri fondi, e scale sbertucciate, morse dal vento, salgono inutili a piani che non ci sono; su tutto una torre, forse di guardia, avvistamento, sta sola come un urlo, tenuta a braccia aperte da barbacani di pietra, che ne allargano la vita, inutili, si prodigano per darle un futuro. Una volta in cima, a cavallo fra due paesaggi, si scorge il retro del monte che spoglio rotola giù, perdendosi in gole, fratte, macchie di verde e rocce arrese a un ponte di cemento che scavalcandole sembra sbeffeggiarle. Forse, fra questi resti c’è qualcosa di Fontamara – si percepisce – oppressa, vinta, pronta alla scomparsa, abbandonata (in cambio di cosa?). L’unica eredità certa è il silenzio, una culla vuota. Di fronte una doppia linea di monti scuri sbarra la piana, la neve fuori stagione, clandestina, permane sulle cime, elargendo freddo come denari, una nobile, non richiesta, elargizione. La linea defluente di rilievi sale in vertigini da elettrocardiogramma sopra la lunga piana che le corre incontro. Una piana qui è anomalia, ossimoro, nell’Abruzzo montuoso, ostile, ruvida terra dei Marsi. Pescina è sotto, banalmente brutta. Dalla piazza sale un chiacchiericcio che rompe il silenzio, potremmo immaginare – quello che poi accadrà – le risposte alla nostra curiosità sulla memoria di Silone, quel vago giustificarsi per averlo dimenticato, per non avergli dato tempo, per averlo relegato fra i vanti, non fra gli affetti. Da quassù si vedono i nodi mancati, gli abbracci fra nuovo e vecchio che non ci sono stati, le aperture ingiustificate alle demolizioni e poi alle costruzioni che ne disegnano il corpo nuovo e colorato, con i cingoli del tempo passati come barbari. Una geometrica rissa: timpani, quadrati, colonne, insegne, casoni, spazi mal organizzati, e piazze, piazzette, slarghi, tutti in gara per l’annientamento. Le chiese, ormai, sono gli unici punti di memoria sul territorio, non per lo spirito, ma per l’architettura, il loro compito mistico di ricordo del dolore, di elevazione, dominio, rifugio, si è tramutato in assunzione formale e materiale di epoca, segno; le mura hanno il peso non del potere ma della reminiscenza, sparute, quasi spaventate nelle loro facciate (quando non le hanno ridipinte o ingabbiate) resistono fra le case e le piazze, fra l’emergere chiassoso delle edificazioni recenti. Stalagmiti, sventolano un vessillo di resistenza. Il resto è involontario omaggio al peggio. Viene voglia di andarsene, riprendere la strada per la stazione e mettere fine al dialogo con un paese che inconsciamente o meno si è lasciato bruciare, dimenticando o non capendo il suo valore. Forse la colpa è nostra, non esistono luoghi degli scrittori, né posti dell’anima, esistono parole che generano immagini e suggestioni, nessun luogo della letteratura esiste davvero se non nella mente, nei pensieri, di chi scrive; già nel passaggio fra pensiero e scrittura il posto cambia, e muta e muta ancora in ogni lettore, in ogni occhio che si posa sulla pagina. Quando si scrive i luoghi hanno la forza, la forma dei sogni, persino quando siamo malevoli e ne facciamo degli incubi, risultano migliori della realtà. In fondo Pescina non è Fontamara, nel libro, da qualche parte si attende la venuta dei carabinieri di Pescina, rivelando lo scherzo, il demone che abita la letteratura, la febbre della scrittura che permette di dare altre possibilità ai luoghi, alle storie, alle vite. Come ha scritto Giorgio Manganelli: «Fontamara è un fantasma e Pescina il suo castello». È una inutile corsa la nostra, un viaggio senza scopo, una operazione da San Tommaso letterari che non rende giustizia. Scendiamo, svogliati, le scale di pietre (rifatte, bianchissime scintillano sotto il sole) che dal monte, in una via crucis al contrario, porta al paese; privi di croce camminiamo con lentezza gettando sguardi al contrario cammino di Gesù Cristo: la freccia del tempo ha invertito la rotta, si è persa con noi, le stazioni della sofferenza del figlio di Dio ci fanno compagnia, taciti quadri del dolore. Poi arrivano le conferme: “Fotottica Fontamara”, “Pasticceria Fontamara”, “Bar Fontamara”. Il centro storico, o meglio: la parte vecchia, ha palazzi meravigliosi, velati solo dall’ombra passata del terremoto: nudi, sobri, di una bellezza incomprensibile, lasciati come lebbrosi, malati d’abbandono, spuntano, zombie, scheletrici, irregolari: pietre come ossi, maldisposti, feriti, sembrano custodire la memoria dei cafoni, le loro angherie subite, sono il dolore che non si dimentica, altri quadri-stazioni di una via crucis di secondo piano, una dimensione che si è esclusa, infatti, fra queste, c’è l’abitazione natia di Ignazio Silone, e sotto: una casa piena di terra, con tetto d’erba, sembra un sepolcro – sarà anche vero che Silone è stato seppellito come voleva e dove voleva, ma non si meritava un assurdo altare di pietra: un ballatoio da casa popolare – dall’abbandono, invece, a ridosso della sua casa è nata una tomba vuota, un sarcofago di spesse mura e terra e erba, obliquo, si affaccia sul corso d’acqua che corre dentro Pescina, un omaggio spontaneo alla memoria, che chiama e pretende attenzione. Poco più su, nell’ex convento dei Minori Conventuali, c’è il centro studi siloniano, un posto da voyeur: libri, carte, lettere, foto; ma a che serve musealizzare un uomo se non lo si legge? Se sulla sua tomba non c’è spazio per i fiori, se le sue spoglie se ne stanno al buio di un albero, fra l’umido e la morte? Una condanna che nessuno merita, nemmeno i suoi denigratori. Qui Silone non c’è, sicuro, ci sarà in giro una piazza o una via a suo nome, ma nessuno, interrogato, che avesse l’ardire di bestemmiare i nomi di Berardo Viola, Pietro Spina, Rocco De Donatis, Luca Sabatini o Celestino V, manco per sbaglio o come verso di una canzone di De Gregori che adesso passa in radio con assiduità. Gli scrittori vivono se letti, sopravvivono e fregano le illazioni, le collocazioni sbagliate, gli scherzi del caso: nei loro libri, con la loro voce, che ha bisogno di mani e occhi – per tornare – che non vediamo, che non ci sono; il resto è sfondo, esercizio per gli storici, dissertazione per i critici, ma il lettore ha un compito più grande, migliore: quello del ricordo, ha la possibilità di donare l’immortalità. Sarà che ci invaghiamo di quello che sfugge, e Pescina non è enigmatica, né complessa, ma un ventaglio di pietre in una piana, un paese che ha perso il suo biglietto della lotteria. Il viaggio termina nel tardo pomeriggio, ritorniamo alla stazione: silenzio, case basse e una lavatrice: monumento alla marginalità del percorso ferroviario. «Prima o poi tutti siamo la delusione di qualcuno». «E lei di chi lo è stato?» «Di quelli che non hanno capito la mia sancta nichilitate». «Anarchia?» «Sì, come la chiamava Jacopone da Todi». «Ma che storia è la sua?» «Complessa, strana, piena di colpi di scena, potrei riassumerla citando Nietzsche: ‘was eine Zeit als Böse empfindet, ist gewöhnlich ein unzeitgemäßer Nachschlag dessen, was ehemals als gut empfunden wurde, – der Atavismus eines älteren Ideals’». «Cioè?» «Tutto quello che noi oggi definiamo immorale, in qualche luogo e in qualche epoca è stato considerato morale. Che cosa ci garantisce che non cambi di nuovo nome?» Così, è cominciato, il dialogo con l’uomo che attende il treno con noi nella piccola stazione di Pescina. Siamo gli unici. Abbiamo parlato a lungo del suo esilio, della sua vita travagliata, del suo rifiuto del totalitarismo, della solitudine degli eretici, di valori e religione, socialismo e rinunce, coraggio, opposizioni. L’uomo, non è molto alto, ha due eleganti baffi che scendono fra le pieghe del viso e i capelli all’Umberto, indossa un completo scuro sotto un cappotto di feltro. Prima di rispondere, malinconicamente, sorride sempre. «Malgrado tutto, resta qualcosa?» «Una possibilità».

[uscito su IL MATTINO, marzo 2006]

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4 thoughts on “Forgetting Silone

  1. […] letterari ne denunciano la provenienza classica – qualche settimana fa caldeggiava la lettura di Ignazio Silone, che non leggono più nemmeno le professoresse d’italiano, ora tutte ferrantiane – il suo […]

  2. amleta ha detto:

    Peccato che molti scrittori italiani, come lui, siano del tutto dimenticati. Io son cresciuta leggendo narrativa straniera classica e anche Vittorini, Moravia, Silone, Bassani, Deledda, Pavese ecc…tutti scrittori che la nuova generazione non conosce affatto. 🙁

    • mexicanjournalist ha detto:

      sì, feci quel viaggio nei loro luoghi proprio per capire cosa restava

      • amleta ha detto:

        A me adesso piace molto rileggerli e ritrovare un’Italia del passato. Mi piacciono mokto le atmosfere di certi luoghi anche, che sanno di tempi andati. Anni fa soggiornai a Torino durante la settimana letteraria, per un concorso di narrativa, e dividevo la mia stanza con altre 3 scrittrici. Un giorno venimmo a sapere che in quell’albergo si era suicidato Cesare Pavese. Avevano uno humor nero i nostri organizzatori nell’aver scelto proprio quell’albergo? Comunque stare là sapendo questo particolare non ci spaventò ma ci rese più curiose su di lui e la sua vita 😊

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