Argentina-Belgio: Maradona dribbla anche Rilke

Volendo salvare un momento di quel mondiale, c’è una reliquia maradoniana che riassume il singhiozzo. Dove nell’82 incontra un muro, nell’86 troverà un varco. Tutta la pazienza di Maradona passa per sei calciatori del Belgio e quattro anni. Attraversando la consapevolezza della sua unicità. Il mondiale dell’82 è il suo primo naufragio, i sogni si infrangono sulla barriera rocciosa di Claudio Gentile prima e subiscono gli schizzi e l’onda brasiliana poi. Adesso possiamo distinguere relitti e detriti, errori e colpe, e possiamo giocare con un momento che riassume tutto il suo torneo. È la partita d’esordio, l’Argentina campione in carica affronta la nazionale belga (perderà uno a zero, gol di Erwin Vandenbergh). Si gioca al Camp Nou, lo stadio del Barcellona, e a Maradona – come al solito – è chiesto un doppio sforzo: sta per mettere piede nel suo primo mondiale e lo fa sul campo del suo futuro club. È chiamato a esibire d’acchito la propria grandezza. E non ci riesce. Ha ventuno anni e sta sfidando le malizie della sorte. Quello non è il suo mondiale, ma adesso lo sa anche lui. Esistevano alcune possibilità, ha provato a raggiungerle, ma non c’è riuscito. Se quell’istante che lo vede davanti a sei calciatori del Belgio è diventato famoso, è perché rappresenta in fotografia un verso di Rainer Maria Rilke: «Il futuro entra in noi, per trasformarsi in noi, molto prima che accada». Ora né Rilke poteva immaginare di finire su un campo da calcio, né i sette calciatori più tutti gli altri, panchine comprese, e su su salendo sugli spalti, avrebbero evocato il poeta austriaco per una cosa del genere, tranne forse Gianni Brera e Manuel Vázquez Montalbán, che erano alla partita. Perché mentre il fotografo Steve Powell scatta, catturando la difesa belga che si scioglie dalla barriera e torna alle marcature, Maradona sta ricevendo palla a ridosso dell’area di rigore da una punizione partita dal destro di Ardiles, e col piede sinistro alto sul campo la accarezza con la suola, sembra una mano più che un piede. Stop. In questo momento noi sappiamo che è una foto ma potrebbe essere un dipinto per la geometria che contiene, per come ci si potrebbe passare il tempo a disegnare triangoli, cercare cateti, calcolare ipotenuse e a tracciare rette. È una pala d’altare che vede sette figure, quella del Cristo, anche se non ancora consacrato, con un celeste da Antonello da Messina che gli scende addosso a strisce alternandosi al bianco, le giuste pieghe di muscoli, maglia, pantaloncino e calzettoni e il 10 sulle spalle che – complice la prospettiva – si dilata, assumendo una posa liquida; il resto lo fanno la posizione di mani e piedi: quella destra sembra la mano di un pistolero che rimette l’ar­ma nella fondina, e curiosamente le dita – pollice e indice – assumono la posa di una pistola, quella tipica che tutti abbiamo assunto in assenza dell’arma giocattolo; l’altra sta per chiudersi a pungo, mentre il braccio disegna una curva da Caravaggio, una linea che va da un braccio all’altro e attraversa le spalle di un Maradona leggermente incurvato come il collo del Cristo di Mantegna e traccia un arco quasi perfetto; dalle gambe, invece, arriva la conferma di tutta la morbidezza maradoniana, della sua sinuosità armonica capace di contenere le accelerazioni elettriche e la tragedia greca: la destra è la punta di un pennello, affondata nell’erba del campo, ritta, anche se il tacco per fare forza non tocca il terreno, pronta a tracciare il segno, mentre l’altra sta sghemba, piegata e in torsione perpendicolare tra ginocchio e caviglia, per ricevere di piatto il pallone: il risultato è una impressione di movimento, sembra di pre-sentire il gesto, di poterlo anticipare, una forma plastica che sta tra Boccioni e Diabolik, tra lo scatto e la felinità, tra un puma e uno scoiattolo; Maradona non correrà mai verso il pallone, sarà sempre il contrario, lui si limiterà a questa scomposizione d’acco­glienza. Infine il suo corpo è perfettamente diviso a metà: dalla vita in giù sta nel verde libero del campo e dalla vita in su si colloca tra le gambe dei calciatori del Belgio, arrivando solo fino al bianco dei loro pantaloncini e facendo da confine con il nero dei suoi capelli al rosso delle maglie avversarie. Tutto questo ordine davinciano è l’irruzione maradoniana nella linea difensiva belga, che gli sta davanti e in sguardo michelangiolesco divide un occhio tra pallone e calciatore, tra piede sinistro e sguardo di Maradona. Le facce dei belgi stanno tra Munch e Hitchcock, tra urlo e paura. Chi guarda la foto e conosce il calcio può vedere il momento che precede la corsa dei belgi – ai quali sembra che abbiano urlato sveglia, è l’al­ba: sulla destra, mentre corrono verso la loro area di rigore, ci sono Ludo Coeck e Maurits De Schrijver; fermi in attesa della direzione di Maradona ci sono, a disegnare l’orlo sbrecciato di una scodella, Franky Vercauteren, che sembra uscito da un telefilm americano, e, dietro di lui, Luc Millecamps, un marinaio d’Ulisse con la barba e lo sguardo trepido che fa da scudo a Guy Vandersmissen, che si affaccia timidamente da un oblò; e poi dietro tutti e in fondo, sulla sinistra, Michel Renquin: smarrito. Per quanto contenga tutto questo, cioè la bellezza di cui Mara­dona era portatore, il potere che incuteva agli avversari quando ancora era solo in viaggio verso la leggenda, quella foto racconta anche altro: nell’attimo dopo, Maradona prova a restituire il pallone a Ardiles, ma Millecamps lo intercetta e il pallone passa ai belgi. Il singhiozzo. Tutto quello che Maradona poteva essere e non è stato, tutto quello che poteva fare e non ha fatto. Rimanendo un intruso che si aggira randagio per i campi spagnoli.

[Tratto da “Maradona è amico mio”, 66thand2nd]

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