Balotelli: no better blues

Alla fine Mario Balotelli ha deluso tutti, abusando dei crediti e delle chance che – incredibilmente in un paese come l’Italia che maltratta gli stranieri – gli sono derivati dal colore della sua pelle. Mentre negli Usa gli atleti neri lottano e si impegnano proprio per sfatare le accuse che gli vengono da una società bianca e da una integrazione ancora lontana dall’essere acquisita – come racconta il caso George Floyd – in Italia, Balotelli, ha avuto possibilità non concesse a nessuno – né calciatore né musicista o attore – proprio in virtù di una investitura che la sua immaturità ha rigettato. Ed è un paradosso doppio – ora che anche il Brescia lo scarica e con una lettera di licenziamento per “giusta causa” – perché proprio la sua immaturità negli anni interisti lo aveva fatto diventare una icona, una speranza, una forza, sembrava dovesse macinare epica e spargere etica, maturando. Invece ne è uscito malconcio anche se ricco, perdendo di vista l’impegno – che non era obbligatorio e sicuramente era mal riposto –, praticando un egoismo spropositato che l’ha portato all’isolamento. Da Roberto Mancini a Diego López  passando per José Mourinho si sprecano le lodi iniziali, i perdoni e poi le amare conclusioni. Balotelli ha avuto attenuanti che altri si sognano, ha avuto occasioni che altri molto più bravi di lui non hanno nemmeno bordeggiato, ha incontrato uomini di buona volontà e squadre di grande comprensione, e ogni volta è finita con una cacciata o una fuga con disonore. Dalla copertina di Time del 2012 e candidatura al Pallone d’oro a oggi lo possiamo ricordare solo per contestazioni, incidenti, gossip, liti, storie assurde più o meno vere e non per i gol che pure ci son stati ma pochi e brutti, e non per le prestazioni, non per un gesto memorabile, non per il campo. Che cosa rimarrà di Balotelli? Questo caos di poteva essere e non è stato. Gol non fatti, stagioni buttate, allenatori, compagni, dirigenti che non hanno capito. Un gucciniano “non sono”, che non ha nulla dell’anarchia di un Ezio Vendrame, di un Montesi, di un Adriano o di un Cassano che è stato capace di avere una continuità calcistica seppure a strappi e fanculizzazioni; Balotelli no, è stato solo l’iceberg di un album di brutte figure da ragazzino viziato. E tutti i giudici delle sue gesta – ultimo il presidente del Brescia, Cellino –  hanno avuto rispetto e delicatezza prima di arrivare allo strappo, proprio in virtù di quello che involontariamente Balotelli rappresentava: non il primo calciatore nero italiano ma quello che sembrava potesse essere un Gigi Riva del ventunesimo secolo, invece non è stato nemmeno un Dario Hübner: attaccante che fu proprio del Brescia, e che seppe creare un racconto epico dietro i suoi gol. Tutte le ipotesi fatte per Balotelli portano a un rifiuto di ruoli di primo piano anche se con pretese da primo piano. Il numero di giravolte è superiore a quello dei gol. La qualità della sua audacia ha solo ricadute estetiche e mai calcistiche. Persino ora, mentre negli Usa gli atleti neri si mobilitano con gesti concreti, impegni precisi: si va dalle donazioni di Michael Jordan al pagamento del funerale di Floyd da parte di Floyd Mayweather, Balotelli ha scelto l’ornamento, tatuandosi la scritta “Black Power” sopra l’occhio destro. È una scelta che racconta la sua futilità e l’errore commesso dall’Italia nel caricarlo di una missione non sua: è stato fatto portabandiera di una olimpiade di civiltà che gli appartiene come gioco, ma che non ha né la rabbia di Tommie Smith né la capacità di Muhammad Ali, che per lui sono due santini da esibire come auto d’epoca, finendo per essere una delle caricature cinematografiche di Spike Lee. Poi c’è il calcio, anzi c’era, perché se non ci fosse stata questa missione nessuno più si sarebbe occupato di lui. Un guerriero Ashanti che poteva combattere e non l’ha fatto. Che poteva diventare l’esempio per i nuovi italiani e invece ha scelto di farsi le foto su Instagram. Che ha consumato persone prima che schemi e che dovrebbe smetterla col vittimismo, uscire dalla parte, e diventare uomo col pallone e senza.

[uscito su IL MATTINO]

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