Corso: Fred Astaire da dribbling

Mariolino Corso era una incarnazione serpigna, l’ultima possibilità per piede sinistro in Italia. Annoverabile nel movimento dei calciatori svogliati, ma non lo era. Esitante sì, quasi non avesse chiaro il quadro del suo talento. E proprio nelle sue esitazioni c’era il calcio dell’Epoca che riassumeva. Aveva solo un piede per calciare e se lo faceva bastare. Come Garrincha una finta sola, sempre la stessa, ma efficacissima. Corso suppliva alla corsetta e alla lentezza con il piede sinistro di Dio – battezzato a Tel Aviv nell’ottobre del 1961 da Gyula Mándi dopo una partita dell’Italia – che richiamava i western, quasi si aggirasse per i campi a raccogliere taglie, segnando. Non gli è andata male: quattro scudetti (tra il 1962 e il 1971) due Coppe dei Campioni (1963-64 e 1964-’65) e due Intercontinentali (1964 e 1965), tutto con l’Inter – quella della formazione a memoria di “Ecce Bombo” usata in sostituzione della lista dei Presidenti della Repubblica – con 509 presenze e 94 gol, sempre con i calzettoni abbassati, alla Omar Sivori, al quale aveva fatto un tunnel, alé. Poi andò al Genoa e anche lì divenne indimenticabile. In Nazionale avrebbe dovuto giocare di più delle ventitré gare disputate, ma perse il treno per i mondiali del 1966 e per l’Europeo del 1968, aveva fatto un tunnel – verbale – al commissario Edmondo Fabbri. Era una strana specie di calciatore, anche ora a rivederlo pare estraneo al calcio, con la pancetta, i pochi capelli, le orecchie a sventola, sembrava uno da campionato boliviano, più ammogliato che scapolo d’area, un passeur di palloni, uno che stava sempre sul confine. Giocava con la maglia numero undici ma era più un dieci, se stava di lato si accentrava e se stava al centro se ne andava di lato, un felino, pareva che si fosse appena svegliato e non avesse voglia di giocare, ti aspettavi da un momento all’altro che come Luca De Filippo reclamasse la zuppa di latte, gli occhi stretti, il corpo rigido, ma poi appena gli passavano il pallone diventava Fred Astaire, si elettrizzava e cominciava a ciondolare, fintando e dribblando, piccoli, leggeri, tocchi, esitanti – appunto – e molte, tante, illumin-azioni. Una volta acceso procedeva fino alla fine, tra assenze e slanci, e se c’era una punizione la tirava lui. Saranno state le calze scese sulle scarpe, saranno state le esitazioni che si raggrumavano avendo dei secondi in più per pensare, o vai a sapere, la possibilità che dentro ogni tiro a scavare nelle barriere ci potesse essere un mondo parallelo: con un centro-sinistra diverso, un Nenni meno ingenuo, un Moro non astruso; tutto per opera dei piedi, anzi no, del piede di Mariolino Corso che creava sospensioni temporali: con apparizione e sparizione del pallone. Erano tunnel alle barriere e ai portieri, cucchiai da lontano, prima di quello su rigore di Antonín Panenka. Palombelle, non rosse, nerazzurre, che poi furono dette “foglie morte”, forse perché era facile vederlo col maglione a collo alto, chansonnier dopo le partite, fatale amore di Juliette Gréco o “allusione a una annichilente, dannunziana carezza autunnale, quasi il precipitare ineluttabile della parabola del destino” come scrisse Edmondo Berselli che in una di quelle sospensioni ci infilò un saggio, che poi è anche il romanzo migliore sul calcio italiano, “Il più mancino dei tiri”, un gol lungo un libro, e nemmeno questa volta il portiere ci capì molto. Corso era una epifania, un pezzo dispari, ne passavano tanti per i campi della serie A, tra gli anni Sessanta-Settanta, ma lui era il più dispari dei dispari, perché non ne aveva l’aria, sembrava un ragioniere non un corsaro e per questo era il più pirata di tutti, un pirata col pallone (Gianni Mura lo rivide in Ryan Giggs). Da allenatore era più credibile, dovevi leggere nel sorriso beffardo la serpe pallonara che fu. Cominciò alla Primavera del Napoli – vincendo un campionato – e chiuse a Verona in tandem con Nils Liedholm, in mezzo ci fu anche la sua Inter. In panchina c’era meno spazio per l’improvvisazione, non come in campo dove il suo piede era sempre l’attimo fuggente, il tocco estremo e imprevedibile, fino all’ultimo.

[uscito su IL MATTINO]

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