Maradona e Pelé: istantanee di rock e pop art

Si può ridurre tutto a due foto? Sì, giocando. In una: Pelé si sta facendo iconizzare da Andy Warhol; nell’altra: Maradona sembra uno dei Queen. La prima è una foto di una foto che si sta scattando: c’è uno dei maggiori artisti del Novecento che sta trasformando in arte (dibattito ancora aperto) quello che nel 1977 era considerato il più grande giocatore della storia del calcio: Pelé, che è in posa col pallone, e sfodera il suo sorriso mandrakesco, poi prestato anche a John Huston in Fuga per la vittoria. La polaroid che Warhol gli sta scattando faceva parte di un lavoro commissionatogli da Richard Weisman su dei campioni sportivi che includeva: Muhammad Ali, Kareem Abdul-Jabbar, O. J. Simpson, Jack Nicklaus, Chris Evert, Dorothy Hamill, Willie Shoemaker, Rod Gilbert e Tom Seaver. Pelé stava facendo Pelé, quindi capitalizzava la sua gloria, preoccupandosi di inchiodarla in ogni stanza del Novecento. L’altra foto è tirata via, roba da fanzine: i Queen, nel marzo 1981, tengono l’ultimo concerto di un fortunato tour sudamericano, all’Estadio José Amalfitani di Buenos Aires, quello del Vélez Sarsfield, e a trovarli va Diego Armando Maradona che è appena passato dall’Argentinos al Boca Juniors, e non tutti hanno già intuito che segnerà il futuro del calcio. È famoso nella capitale argentina e un po’ anche a Torino dove Osvaldo Soriano l’ha detto a Giovanni Arpino, come poi Omar Sivori lo dirà a Giampiero Boniperti, creandogli un fastidioso tic all’occhio sinistro ogni volta che l’avvocato Agnelli gli ricorderà la sua sordità rispetto a quel suggerimento. Maradona non è ancora Maradona. E se Pelé in bianco sembra rendere omaggio alla parrucca di Andy, in realtà sta solo indossando uno dei completi fuoricampo dei New York Cosmos, con molta compostezza del ruolo di modello; Maradona ha preso la maglia a Brian May – una t-shirt che riproduce la bandiera inglese –, le bacchette a Roger Taylor e una sottile cravatta rossa a Freddie Mercury che ha “rubato” la sua maglia della Selección, sotto gli occhi di John Deacon, con Diego che in tre mosse è diventato “The fifth Queen”. Poi andrà anche sul palco, creando un corto circuito che attribuisce a Freddie Mercury – vera regina dell’Inghilterra in quegli anni, dopo il regno dei campi e dei cieli di Pelé istituito dai gol e sancito dalla domanda del Times: «How do you spell Pelé? G-O-D» – una romantica magia, che non poteva contemplare la guerra Malvinas/Falkland che ci sarà l’anno dopo il concerto, ma è bello pensare che la mano e i dribbling di Maradona a Messico ’86 ai danni della nazionale inglese comincino in una sera a Baires sulle note dei Queen e non poco prima del centrocampo dell’Azteca. Le due foto ci raccontano che la trasgressione di Pelé sta nel rendersi seriale nell’arte di Warhol, come una delle 32 tele con i barattoli di Campbell’s Soup, non è più solo Pelé ma l’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità. Maradona, invece, nonostante quello che dice Kusturica nel suo film sul calciatore, non diventa seriale, ma si aggiunge all’arte dei Queen che ha già una collettività parziale, sporca, sproporzionata: senza Freddie, non decolleranno più. Pelé è un tiranno di sé alla stregua di Mao Tsê-tung, mentre Maradona è un Lenin cazzaro che concede l’illusione di potersi collettivizzare con l’elettricità del rock o del pallone: il Napoli senza Maradona ricorda i Queen senza Mercury. Misurandone l’assenza si capisce la portata della presenza. Pelé della presenza è un impiegato che si fa serializzare come un personaggio d’un giallo. Maradona resta un dispari che accetta di indossare la bandiera avversaria sulla quale costruirà la sua gloria da pirata del gol.

[uscito su “Lo Slalom” per la serie Fotografie]

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