Taibo II: carambola, vita e rovescio

Paco Ignacio Taibo II è un inventore di mondi credibili. Ogni scrittore prova a inventare mondi, ma non tutti sono credibili, ed è proprio la credibilità dei mondi letterari che racconta la qualità dello scrittore. Taibo, spagnolo di nascita ma ormai messicano a tutti gli effetti, sposta di poco la realtà per tirarne fuori una parallela che potrebbe arrivare, potrebbe esistere, ma ancora non c’è e forse non ci sarà mai. Qualcosa di simile all’utopia che pure abita la sua opera, almeno i pensieri dei suoi numerosissimi personaggi. Ogni suo romanzo è un esperimento così: ricreazione credibile della realtà, rivisitazioni storiche e del genere noir con apporti di salgarismo e ironia, sovrapponendo lingue, e il risultato è avventura che si legge ridendo. Ora torna in libreria “Come la vita” (La Nuova Frontiera, traduzione di Bruno Arpaia), che è la summa del canone di Taibo II. Uno scrittore famoso, José Daniel Fierro, viene nominato nuovo capo della polizia nella polverosa città messicana di Santa Ana. Il pensiero che sta dietro la nomina è che la fama dello scrittore possa evitargli la fine subita dai due precedenti capi della polizia, uccisi barbaramente. E lui con una stella di latta dell’Uomo Ragno e un cappellino da baseball, si fa carico dell’impresa in nome di una resistenza all’imperialismo e alla violenza, affrontandole con mille scrupoli e un milione di domande. Intorno ha una serie di scombinati agenti – il Cieco, il Barile, Zazzerone, Con la bocca e con la mano e il Russo –, a casa ha una moglie alla quale manda lettere d’amore che sono appunti delle indagini, invocando affetto ed elenchi di cose che non riceve. Intanto scrive quello che vive o vive quello che scrive: è nella confusione che si crea l’effetto distorcente e nello sdoppiamento della storia che sta la grandezza del romanzo. Non troverete niente di tutto questo nei giallisti italiani impegnati nelle descrizioni delle città che raccontano come assessori al turismo, Taibo, invece, è un creatore di nodi, se fosse cinema sarebbe Robert Altman: storie nelle storie, un labirinto che il lettore percorre con allegria. Piccoli capitoli che spostano lo sguardo, che accendono la curiosità, e che tengono altissimo il ritmo: niente è superfluo, e in ogni rigo c’è il salto che ci si aspetterebbe sempre di voler fare leggendo. Taibo, profondo conoscitore del mondo della sinistra dell’America Latina, gioca con i tic e le ossessioni, mettendo in crisi l’utopia dei suoi personaggi, o coccolandola – evocando lo scrittore argentino Rodolfo Walsh e coinvolgendo il giornalista statunitense Marc Cooper –, un continuo gioco di carambola e rimando, critica, opposizione e resistenza ai poteri economici messicani, ma senza mai farsi sermone, senza morale, c’è la giustizia pura, evocata ridendo, scombinata, frammentata, perduta e ritrovata, tra le strade polverose di una città che non esiste. Dove, però, lo scrittore José Daniel Fierro, nuovo capo della polizia, deve indagare sulla morte di una fotografa gringa e poi su altre collegate. Anche nelle indagini si capovolge tutto: dove gli altri giallisti imitano la polizia, qua la polizia imita i romanzi gialli guidati da uno scrittore divenuto poliziotto, così il lettore si trova a galleggiare in un mare di citazioni – alcune esplicite, altre meno – che salvano la vita, proprio come accadeva a Robert Redford ne “I tre giorni del condor” di Sydney Pollack. In una storia dove tutto è sottosopra il lettore non può che divertirsi, stranito dall’insolito, rapito dal rovesciamento di fronti, e salvato dalla banalità del genere che domina l’editoria italiana. Montalbán e Sciascia vivono in lui.

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