Connery: ultimo difensore di classe

Quando vengono al mondo gli scozzesi si piazzano a difesa di una porta e odiano l’Inghilterra, poi fanno anche altre cose durante la vita, ma sempre come attività collaterale. Sean Connery non s’è sottratto, un protagonista che si teneva in ombra come un difensore dietro la linea di centrocampo e davanti a quella di difesa, l’ultimo difensore del cinema, uno che giocava libero, disubbidendo con classe. Solo lui poteva essere l’Agente 007 Bond, James Bond, rimanendo Sean, Sean Connery, il libero scozzese più bello visto fuori e dentro i campi di pallone e i set cinematografici. Giocare nella squadra della regina rimanendo estraneo, incarnando il ruolo meglio di chiunque nella finzione perché fieramente opposto nella realtà, come quando Ugo Tognazzi faceva il gay. È stato l’unico libero rincorso dal pallone e dalle donne che, camminando, faceva correre gli altri, perlopiù cuori e sguardi, giocando meno partite di George Best ma con più donne. Non a caso è morto alle Bahamas, un Napoleone in esilio, ma senza nemici, se non i vicini inglesi avuti in dote come ogni scozzese. Le partite di calcio di Connery son state tutte laterali, periferiche, come la vita che non viviamo, e che nemmeno il cinema ci regala. Solo a lui è stato concesso il cambio di squadra dai Celtic ai Ranger nella città di Glasgow, un altro non sarebbe più uscito di casa, lui no, sorriso, cambio di campo, maglietta diversa, oplà, come quando accetta la chiamata di Kevin Costner ne “Gli intoccabili” contro Al Capone. Prima no, poi sì. Come dice Jorge Valdano per il dribbling: fai finta di andare, non vai, poi vai. Eccolo Sean, vicepresidente dei Ranger per amicizia con David Murray, che – addirittura – intravede in Rino Gattuso un  calciatore di talento quando, da ragazzino, giocava in Scozia, e non solo si oppose alla sua cessione ma ci prese anche il tè insieme. «Ogni tanto spuntava Connery che ci chiedeva se volessimo una tazza di tè o di caffè: mica capita a tutti di parlare di ingaggi e trasferimenti mentre 007 cerca di metterti a tuo agio». Un professionista mancato al calcio, ma non alla sua storia, mancato ai campi, ma non alle sue tribune, mancato al gol, ma non alle sue gioie. Come il capitano Marko Ramius, Vilniusski Nastavnik, di “Caccia a Ottobre Rosso”, Sean Connery muove il suo sottomarino – e la sua cinematografia – e le sue partite, alla ricerca della diserzione, dell’indipendenza, rischiando di essere frainteso come manovra di attacco. Avanza in difesa, un ossimoro, riassumendo il calcio scozzese e quindi l’anima del paese. Non lo ha mai mollato. Facendo sempre sentire la sua ingombrante presenza. Uguale ai film, dove è quasi sempre la guida di qualcun altro – da Kevin Costner a Harrison Ford –, incarnando il classico capitano che pioggia o fango, Wembley, parcheggio della stazione o vecchio palco di un teatro è sempre l’indispensabile, e si spende e impone. Sean Connery è il Dio che ti sente sempre anche se urli dall’altra parte del campo o dell’oceano, è quello che salta più in alto e segna e poi torna a casa in tram, innamorando commesse, segretarie e pure l’autista ci fa un pensiero. Ma poi ci sono i tram in Scozia? Che importa, Connery è il cinema e dove c’è il cinema trovi pure quello che desideri, immagini, evochi. Ha passato la vita a smarcarsi dalla presa di James Bond, a liberarsi dalla marcatura strettissima di un personaggio che gli si è inchiodato come una seconda pelle, e nemmeno recitare e disperdersi, cambiare tempo e nazione, saltando da “La collina del disonore” a “Rapina record a New York”, da “Assassinio sull’Orient Express” di Sidney Lumet, a “Il nome della rosa” di Jean-Jacques Annaud è bastato. Una partita persa. Come e più di Giorgio Chinaglia con i Cosmos. Oggi sappiamo che 007 picchia più di Daniel Passarella: e non te ne liberi nemmeno se sei Sean Connery e porti in giro un corpaccione dritto e perfetto senza una piega, per quante finte continui a fare, palloni a smistare, ti rimane attaccato, anche perché è il tuo doppio, un giocatore elegante, che non ti lascia scappare. Sean che era evaso dal campo, risparmiandosi i tacchetti sulle caviglie e la puzza di sudore negli spogliatoi, s’è ritrovato marcato da uno più scozzese di lui: il ruolo che meglio gli calzava, così è diventato un libero a metà.

[uscito su IL MATTINO]

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