Ibrahimović: la bellezza dell’inquietudine

Dies Ibra-e,  di rigore sbagliato e incrocio colpito, e poi di liberazione con gol. Zlatan Ibrahimović è un calciatore che non si accontenta, un bambino infinito che, con le sue partite, ci dice che il nostro è un campionato per vecchi che non smettono di produrre gioco, con buona pace del governatore Toti. Ibra copre anche la quota teatro interpretando il Carmelo Bene che manca, elargisce presunzione – con partite alle spalle –, parla di sé in terza persona, e arriva persino ad ammettere che forse lascerà i rigori al compagno Franck Kessié. Ogni intervista è un titolo, ogni partita un evento, è un circo stabile che dice al calcio che si può ancora uscire dal consueto. Quello che sembrava un vecchietto arrivato dagli Stati Uniti, si è rivelato un campione maturo che sta condizionando la classifica. E il fatto che sia tornato alla gloria dopo averla vista da Los Angeles, da pensionato – più cinema che azione – ne ha fatto un nirvanizzato, Ibra già era oltre, ma con tante recriminazioni, ora è ancora più oltre, ancora più in là, ma con una pacificazione che lo porta ad essere mansueto dopo l’impresa. È evidente che mentre tutti si aspettavano Ronaldo, sia apparso Ibra, uno che meritava di più, anche se lui ora nella nuova veste di Buffalo Bill pallonaro non lo ammetterà mai, ma uno dei Palloni d’oro degli anni passati è suo. Serve a poco, poi forse se ne inventeranno uno alla carriera, o come è accaduto col grande tennista argentino, Guillermo Vilas, arriverà un giornalista e poi un regista con un documentario a scavare negli errori della classifica. Non ha importanza, perché Ibra non se ne importa, Ibra ne regrette rien, Ibra gioca, e giocando ci diverte, con la sua eversione riporta il calcio ordinato dell’oggi a una possibilità che appare perduta. Ibra è acrobazie, colpi di tacco e tiri impossibili, è ricerca della vittoria fino all’ultimo secondo, fino all’ultimo respiro, non importa come, importa l’essere. Ibra è il presente, dilatato e costretto ad ammettere che sì, c’è uno spazio temporale a ridosso della pensione per concedersi l’ultimo sogno, l’ultima manciata di gol, una inquietudine e anche una riproduzione del gesto che sembrava perduto. Ibra insegue la giovinezza come fa Valentino Rossi e come non ha voluto fare più Francesco Totti – monumentalizzandosi ora in un brutto documentario –, lotta con ragazzini che lo marcano, e quando guarda di lato si ritrova coetanei ed ex compagni in panchina che allenano. Ibra in questo anno di inesistenza, in campionati nebbiosi, con stadi vuoti, sta nuotando e approfittando di un tempo anomalo, rubandolo al suo divano e ai rimorsi di chi non ha lottato o non è stato così fortunato. Ibra sa che i suoi vent’anni non torneranno più, ma sa anche che fare l’Indiana Jones di sé stesso e mettersi a cercarli con gli altri venti sulle spalle è il gioco più bello del mondo. È un archeologo, appunto, che al posto del Graal ha se stesso, e come l’Harrison Ford di Spielberg è disposto a tutto per cercalo, e mentre lo cerca ci fa divertire. Siamo dalle parti del fumetto, ormai ha i capelli raccolti da samurai e la faccia del guerriero, è pronto per il cinema, è evidente che si sta mettendo in scia di Eric Cantona. Ibra poteva essere il Novak Đoković nella disputa tra Lionel Messi/Roger Federer e Cristiano Ronaldo/Rafa Nadal, ma a differenza del tennista serbo, s’è disperso, sperperandosi in cambi di squadra e salti – spesso inutili – raioleschi. Troppo inquieto, ma senza quell’inquietudine non sarebbe ancora qua a stupirci, ha pagato la bellezza della superfetazione (di carriera) in Palloni d’oro, e non sembra nemmeno così dispiaciuto. E, allora, vai Ibra, gioca e segna ancora, porta il Milan allo scudetto, e facci divertire, portaci lontano dalla playstation che vogliono imporci, anche se sei quello più Manga di tutti e che meglio s’adatta al nuovo immaginario.  Hai dentro di te una anima western, da rivoluzionario messicano, emani epica persino quando sbagli un rigore, tanto poi dici che era nostalgia della curva, e dopo segni di testa e rimedi. In un calcio silente, c’è ancora uno che parla.

[uscito su IL MATTINO]

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