PaoloRossi: azzurro collodiano

Tutti, prima o poi, siamo gli immortali di qualcuno, ma non sappiamo mai bene quando accade, quelli come Paolo Rossi, invece, sanno perfettamente quando è successo. È stato un attaccante che dilatava gli attimi e gli spazi, la sponda migliore per ogni area di rigore: la sua immortalità, presente in ognuno di noi e che si sommava a quella – che ci portavamo dietro come un tatuaggio su una spalla – di Gianni Rivera a Messico70, era nei tre gol al Brasile al mondiale spagnolo del 1982. La più bella rivincita dai tempi di Alexandre Dumas e del suo “Conte di Montecristo”, dove la spada erano quei gol ai brasiliani, e poi ai polacchi e ai tedeschi, qualcosa tra Lazzaro, il “Verdetto” e Pinocchio shakerati e portati sui campi di calcio. E per giunta “A las cinco de la tarde”, l’ora cantata da Federico García Lorca. Aveva una faccia antica PaoloRossi – che va scritto tutto attaccato come una parola composta che indica un momento perfetto – ricordava quella appuntita di Gérard Philipe, e aveva una storia comune alla sua generazione di calciatore: l’oratorio a Prato, la fame e la magrezza da maschera greca, lo guardavi e potevi sentire l’incenso e l’umido delle sacrestie dove poi nascevano più calciatori che cattolici, dove si gridava più rete che padrenostro, e dietro si portava il profumo di una marmellata di prugne che avrà sentito anche il portiere brasiliano Waldir Peres: era quello della provincia italiana senza merendine. Aveva un cognome da statistica – tanto che quando Venditti cantò un ragazzo del Movimento, tutti pensarono a lui – ma uscì dall’ombra a forza di trovare porte. Ogni suo tocco, che fosse di piede o di testa, era l’ultimo appoggio possibile quasi che dove finissero i cross dovessero per forza di cose esserci parti del suo corpo. Il punto dove passava il pallone prima di andare in porta: un postulato euclideo. L’ordine nel caos dei mucchi in area. La rapidità che dava soluzioni ai cross e che castigava biblicamente gli errori degli avversari – Toninho Cerezo lo sa più di tutti – aveva la furbizia del servo della squadra e l’intelligenza del padrone dell’attacco, supplendo a un fisico esile, uno scricchiolo che, però, pesava quanto un macigno. Uno strano tipo di calciatore: introverso da palcoscenico, un po’ Forrest Gump e un po’ Nerone, tanto poi c’era la confessione. Ha avuto due anni da Enzo Tortora, ma senza carcere, gli tolsero i campi per una omessa denuncia nel Calcioscommesse, e furono terribili con lui sia la stampa che i dirigenti sportivi, non c’era il clima di assoluzione che c’è oggi per Suarez e la Juventus, il presidente della Federcalcio, Federico Sordillo – un travaglieide –, a chi faceva pressione per ridurre la pena rispose: «I principi contano di più dei risultati agonistici, Paolo Rossi resta squalificato, la federazione non gli toglierà nemmeno una giornata». Ma per fortuna c’era Enzo Bearzot, l’uomo più colto del calcio mondiale, che aveva letto Dostoevskij e conosceva la pena, e lo aspetta, lo preferisce a Roberto Pruzzo e poi lo consegna alla gloria da romanzo, come solo pochi altri italiani in quegli anni: uno come Lucio Battisti, che unisce ogni cosa, da Palermo a Bolzano. Non a caso Mick Jagger metterà la sua maglia. Gli daranno il Pallone d’oro. E diventerà una presenza nelle case italiane. Così pop da essere intramontabile, a prescindere dalla squadra dove gioca: Juventus, Como, Lanerossi Vicenza, Perugia, Milan e Verona. Ha vinto tutto: la Coppa dei Campioni (quella brutta dell’Heysel) e quella delle Coppe, i campionati di A e B dove è stato anche capocannoniere, la Coppa Italia e ovviamente il mondiale. Ma la sua storia di club, nonostante i gol – gli anni più proficui son quelli a Vicenza, ancora una volta la provincia – sempre pesanti e decisivi, è secondaria, PaoloRossi è la Nazionale. Divenne “Pablito” ai mondiali del 1978 in Argentina, gli bastarono 3 gol per entrare per sempre nella ristretta famiglia delle convinzioni di Bearzot. Poi venne la squalifica – Avellino-Perugia, dove segna due gol – ma a condannarlo sono due minuti surreali di conversazione con uno sconosciuto che gli presenta il compagno di squadra Mauro Della Martira. Lo sconosciuto chiede: «Paolo, che fate domenica?». Lui, risponde: «Beh, cerchiamo di vincere». L’altro replica: «E se invece pareggiate?». Pareggiarono e PaoloRossi perse due anni di calcio e vita. Sordi direbbe: «Ma che se condanna ‘a gente così?». In mezzo, trattandosi di PaoloRossi, c’è la “sliding doors”: poteva andare al Napoli anziché al Perugia, ed evitarsi il fosso di Avellino. È stato un collodiano, non un Pinocchiaccio di Carmelo Bene, proprio un Pinocchietto, voleva essere un bambino infinito e c’è riuscito, ma prima ha attraversato le peripezie del romanzo, dal Gatto e la Volpe alla Balena fino paese dei Balocchi che lo illude e poi ne fa un ciuchino, con Bearzot a fargli da Geppetto. Una storia italiana. Scrisse che voleva fermare il tempo, perché s’accorse dell’immortalità, non voleva perderla, non sapeva che era una corazza che avrebbe portato in giro per sempre e gli sarebbe rimasta addosso anche dopo. Le discese ardite e le risalite furono le sue in quel mondiale: da che non si reggeva in piedi a Ercole che regge i sogni d’un paese.

[uscito su IL MATTINO]   

Sempre cara fu l’area di rigore,
e quella linea che mi separava dal gol
che lo sguardo del portiere esclude
ma sgomitando e tirando, interminatamente
trovavo sempre lo spazio per golerare
e in mezzo silenzi e scommesse,
pure bandito sono stato,
perdendo difensori e cross
io che ero la sponda migliore per ogni pallone
poi come il vento tornai
e con me l’eterno, tre gol al Brasile
che non si possono comparare
pochi sono stati vivi così
in quella immensità s’annega il calcio mio
e il segnare m’è dolce pure in finale con la Germania.

 

 

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