San Gennaro e il grande freddo

Domenico Rea diceva che il popolo napoletano era stato così dentro la storia e così maltrattato, deriso e beffato, che ha finito per uscire dal tempo, creando una città-nazione eterna, dove la legge va da San Gennaro alla cabala. Appoggiava questa visione a Kierkegaard che descriveva l’uomo religioso come estraneo nel mondo e nel tempo, e poi ci metteva Dante come pietra definitiva: «Fede è sustanza di cose sperate e argomento de le non parventi, e questa pare a me sua quiditate». San Gennaro è sempre stato il più prossimo dei potenti e quello con la soglia più vicina al mondo che contava, in poche parole uno di famiglia andato a stare bene, anche se passando per una tribolazione. Attraverso il suo corpo e quindi il sangue di quel corpo passava e passa l’identità napoletana. Il cambio di stato del sangue, quel momento di scioglimento, è lo stesso che hanno vissuto gli antenati della città, quella attesa, quella emozione, quel guardare all’ampolla, è un riconoscimento nel sangue che diventa identità: nello spazio e nel tempo, e che sancisce, nella storia, l’essere napoletani. Mi riconosco, quindi sono. Prescindendo dalla fede e avendo a che fare con l’identità. È un rito che si ripete tre volte l’anno, e oltre a ribadire l’essere e la sua riconferma, dice anche come: se con gioia o con dolore, o a metà. Lo scioglimento del sangue è un privilegio e un prodigio che avviene mediante una materia viva e che si ripete nel tempo, mentre i miracoli avvengono, generalmente, una volta sola. Invece, lo scioglimento del sangue è una finestra spazio-temporale che diventa dialogo, un sistema comunicante con quello vulcanico del Vesuvio: il sangue si scioglie, la lava resta a posto suo; il sangue non si scioglie, la lava – che sia vera o sotto altre forme: colera, occupazioni, guerre – devasta tutto. Una ‘Urbs sanguinum’, ovvero ‘città dei sangui’ come scrisse Jean-Jacques Bouchard. Perché oltre a Gennaro, a Napoli sciolgono o scioglievano il sangue anche Santa Patrizia, Sant’Alfonso Maria de’ Liguori, San Lorenzo, Santo Stefano, San Luigi Gonzaga e San Pantaleone che ha un braccio a San Gregorio Armeno ma agisce a Ravello. E, ovviamente, con tanto sangue in circolo non potevano mancare i custodi-collezionisti di quel sangue, che in un salto potremmo chiamare sanguefedisti, come il canonico Nicola Tozzi che aveva radunato nella sua casa di Materdei una collezione di presunti sangui di dodici santi in fialette sigillate tutte con la ceralacca autenticata da stemmi vescovili, come racconta Francesco Palmieri ne “L’incantevole sirena” che raccoglie in un capitolo tutte le vicissitudini del sangue napoletano, delle macellazioni, conservazioni e venerazioni. Perché il sangue è appartenenza, ma anche nostalgia, quello di San Gennaro nasce da una decapitazione e da un raccoglimento post-mortem, ed è un ritorno alla testa e al corpo: non a caso si avvicina l’ampolla alla testa del Santo, in un ricongiungimento momentaneo, che è raccoglimento collettivo, oltre che dialogo, tanto che gli studiosi Alfano e Mitrano dalla modalità del fenomeno ricavarono una scala: 1) ottimo; 2) buono; 3) mediocre; 4) sfavorevole; 5) pessimo; 6) nullo. È sfavorevole lo scioglimento avvenuto in tre ore. È pessimo se avviene dopo più di tre ore. Nullo se il miracolo non avviene. Con questi criteri hanno incrociato calamità e grandi lutti a Napoli dal 1661 al 1947 con: epidemie, rivoluzioni, invasioni, siccità, morte di arcivescovi, guerre, piogge disastrose, carestie, eruzioni del Vesuvio e terremoti, morte di persone reali e pontefici (in questo caso in ritardo sulla marcatura di Maradona ma è normale trattandosi di Diego). Dei tre prodigi annuali quello più presagente è settembre col 94%, seguito da questo di dicembre con l’89%, segue maggio con solo il 36%. Percentuali preoccupati, soprattutto quest’anno, con un pandemia in corso, che nel terzo appuntamento, 16 dicembre, lo scioglimento non c’è stato: creando sconcerto e accrescendo l’ansia. Quello del sangue è un prodigio che moltiplica le discussioni, che porta alla parola e alla parodia, sia quelle degli studiosi delle religioni come Ernesto de Martino e Mircea Eliade, sia quelle del popolo, come le parenti di San Gennaro che vantano un diritto speciale: residenti nella zona del Molo piccolo, facevano di cognome Januario – ora si sta allargando – e rivendicano una appartenenza che porta a delle vere e proprie esplosioni emotive, preghiere e invettive che culminano in: «Oh Guappone de la nosta Santa Fede, Fa a faccia tosta cu la SS. Trinità». Una sorta di sindacalismo delle ragioni napoletane, come aveva capito e scritto Matilde Serao che sempre riconobbe nelle popolane “il gusto della vita”. Poi ci sono i dialoghi cinematografici, meno irruenti, come quello di Nino Manfredi in “Operazione San Gennaro” che gli promette Eusebio e un parco tematico in cambio del permesso di derubarlo. Quelli intimo-teatrali di Massimo Troisi e Lello Arena: una disputa agli occhi del Santo, usato per vincere al lotto dal secondo e deriso dal primo; e, infine, quelli musicali, su tutti l’invo-canzone “Faccia gialla” di Pino Daniele che gli chiede di salvare pure «’e fessi». Scartati i potenti, in larga schiera, ai napoletani non rimane che il Santo, col quale dialogare e al quale domandare, per questo nessuno si preoccupa se il prodigio è vero o no, se le pietre di Pozzuoli hanno raccolto il sangue o meno, l’importante è l’atto, ’o sangue. Come capisce Curzio Malaparte nel finale di “Kaputt”. Dopo tanto sangue della seconda guerra mondiale, torna a Napoli e viene investito dalla corsa dell’intera città che sembra andare verso il Duomo, anelando il sangue e il suo prodigio, che poi è il cambiamento.

[uscito in forma diversa su IL MESSAGGERO]

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