Album Panini, splendido sessantenne

Nonostante l’inflazione del pallone, l’iperpresenza dei calciatori dai social alla vecchia tivù, l’album Panini – nato per supplire al sortilegio dell’astinenza che un tempo era il calcio – compie sessant’anni, e, claro, in copertina ha la rovesciata di Carlo Parola. Per quanti Ronaldo o Rooney e persino Zaccagni possano metterla in porta stando di spalle, è quella che vince, salvando dal gol e non segnandolo. È proprio l’emblema dell’immaginazione che richiedeva la fissità della figurina, oggi che i calciatori si lamentano per le loro caratteristiche nei videogiochi – l’ha fatto anche Lukaku con Fifa 21 – e che i ragazzi possono animarli e vederli muovere ovunque, si potrebbe far a meno delle figurine, ma non accade, perché l’album è uno splendido sessantenne, come direbbe Nanni Moretti, che si porta dietro tutto quello che siamo stati. Era l’unico feticcio possibile, tanto che lo facevano anche i calciatori, era – insieme agli almanacchi, i giornali e i conseguenti libri, con gli spezzoni di tivù che andavano a morsi e bocconi e differite – l’unica possibilità di “possedere” e rigiocare il calcio. Chi non ha mai lottato contro il tempo e la fortuna per completare l’album non sa che cosa si è perso, e davvero si può dividere il mondo in chi ha fatto l’album e chi ha perso gli anni, in chi ha scambiato – CeloMimanca –  e lottato e in chi no, perché c’era un solo obiettivo: avere Pizzaballa – una volta gli chiesi se almeno lui si trovava e rispose: «No, mi mancavo pure io. Quella figurina sfuggiva a tutti, anche a me, aveva qualcosa di diabolico» –, e poi a seguire secondo le statistiche delle mancanze c’erano: Rizzo, Riva, Rivera, Depretini, Battara, più quelli che non si facevano trovare nelle ricerche individuali, ognuno perso a marcarne uno diverso, in una formazione dei desideri, di quando la lista più importante non era scrivibile su un pc o uno smartphone ma su un foglio di quaderno e riguardava un lungo elenco di numeri, squadre e nomi, una mappa indecifrabile a chi non collezionava. Perché le figurine davano un possesso delle squadre, come poi solo il Subbuteo, e anche assuefazione, nessuno si è mai stancato di aprire le bustine, dopo c’era il vuoto e l’attesa o peggio l’inseguimento dell’introvabile. L’album Panini è un lascito del Novecento e anche se oggi è cresciuto con 132 pagine e 748 figurine da cercare, e c’è il problema dell’infedeltà alla maglia, sopravvive perché tutte queste figurine sono parte della memoria individuale e collettiva, che richiede un impegno e passa per il ricordo che, come il sogno, è più forte della realtà e soprattutto della liquidità social. L’album è il porto del ricordo, dove tornare, e dove far crescere i propri figli, le figurine, apparentemente futili e superflue, sono il gioco che unisce adulti e bambini, uno degli ultimi. Sono la rappresentazione fissa dell’attimo prima del gioco, l’inquadratura prima del fischio e quindi dei gol, delle vittorie e delle sconfitte, dei pareggi, degli esoneri e delle rivelazioni. Poi, ovvio, ci sono figurine e figurine, come testimonia Parola, la loro fissità rappresenta il chiodo della memoria, possederle era ed è come avere una anagrafe del campionato, tenere la carta d’identità del brocco e del campione, un possedimento materiale mentre tutto si svuota e si fa immateriale, persino gli stadi nell’era del Covid. L’album Panini in questi sessant’anni è stata una presenza fissa, che ha arricchito il calcio, lasciandogli un’anima e una sostanza, man mano che anima e sostanza si alleggerivano, la faccia del calciatore è il dettaglio dell’epoca, oggi – per dire – nessuno ha più i baffi, e, invece, fino agli anni novanta i baffi erano un mondo: valgano per tutti quelli di Palanca del Catanzaro, roba da “C’era una volta il west”. Era il catalogo di facce che ci somigliavano, oggi è tutto quello che non vogliamo essere e non possiamo dire, ma che continuiamo a inseguire per romantica abitudine. Insomma, le figurine erano lo specchio stendhaliano della società italiana. Il primo ad essere stampato fu Bruno Bolchi capitano dell’Inter, l’ultimo deve ancora venire e mai verrà o almeno si spera.

 

[uscito su IL MATTINO]

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