Berselli: Il più mancino dei tipi

Edmondo Berselli era una anomalia di sistema. Giornalista, scrittore, critico, saggista, anche se. Giornalista senza redazione che arriva tardi ai giornali, e prima fa il correttore di bozze in una casa editrice – Il Mulino – che scala come Pantani l’Alpe d’Huez, anche se. Scrittore, ma senza romanzo, anche se. Critico di sport, televisione, musica, anche se. Saggista politico e di costume e di economia, anche se. Ecco, Berselli è tutto nell’anche e nel se, in una congiunzione e in un principio di riflessione che si declina nel dubbio. Ha scritto il più bel libro di calcio italiano, “Il più mancino dei tiri” (1995), anche se parla tanto di costume e di politica, e di musica e televisione e ciclismo e parte da uno scherzo con se stesso e la memoria, potremmo dire che è una sfida a Braudel, storico che scrisse durante la prigionia “Civiltà e imperi del Mediterraneo nell’età di Filippo II” lui lasciò la civiltà, ci mise il regno abbassando le pretese, comprese e compresse il Mediterraneo nell’accezione economica di Enrico Mattei e al posto di Filippo II scelse Mariolino Corso. Già così capite che poteva scrivere di qualunque cosa capovolgendola, cambiandone il corso e la visione, e ci prese la mano. Acquisito il metodo, che aveva sperimentato nella rivista del Mulino, una meravigliosa nicchia dove poteva fare questi giochi sbizzarrendosi: immaginate Hegel che gioca la schedina canticchiando Vasco Rossi, e ancora non basta. Infatti scrisse “Canzoni. Storie dell’Italia leggera” dove dissezionava il meglio della musica leggera Mina a Max Pezzali. Seguirono “Post-italiani” (Gaber di cosa è la destra e cosa è la sinistra ma con la televisione accesa e la lezione di Sartori spiegata alla casalinga di Voghera), “Quel gran pezzo del’Emilia” (da dove vengo e con chi parlo e che cosa abbiamo da dire all’Italia noi emiliani), “Venerati maestri” (Arbasino, Derrida e il problema della cultura rovinata dalla rateizzazione einaudi), “Adulti con riserva” (romanzo di formazione, vi spiego perché sono così), “Sinistrati” (la catastrofa della sinistra, ovvero con questi dirigenti non vinceremo mai, ma senza urlare in piazza come Moretti), “Liù” (mi sto per assentare e allora parlo del mio cane), “L’economica giusta” (ci fosse un partito democratico ne farebbe un manifesto programmatico). In mezzo ci sono rubriche su tutto tranne che sui peli del papa nel tentativo di spiegarsi l’Italia, programmi televisivi e radiofonici, spettacoli teatrali e l’idea che forse bisognava scriverlo un romanzo, se anche Scalfari l’ha fatto.

Questo è per grandi temi e libri Edmondo Berselli, uno cresciuto in provincia, a Modena, che lavorava a Bologna, ma che aveva il controllo del mondo, che gli veniva dal ciclismo, dalla filosofia, dalla musica e dal calcio e dalla tivù, tenendo insieme lingue e conoscenze enciclopediche ma tutto questo dietro la timidezza, uno che non aveva un personaggio ma che era uguale, a cena come nei libri, per questo a dieci anni dalla morte ancora ci parla. La sua spina dorsale potrebbe essere la seguente: rigorosamente in asicronicità dal pallone alla musica, dai giornali all’università, Corso-Baggio-Battisti-Scopigno-Sivori-Sartori-Arbasino, solo il percorso principare dell’Autobahn – avrebbe detto Tondelli – che porta a Berselli.

Adesso che Bergamo non fa più pensare né a papa Roncalli né a Jimondì e che i calciatori non si possono dividere in hegeliani di destra ed hegeliani di sinistra ma solo in ronaldisti e non – anche tra i giornalisti – possiamo solo divagare e divagando Mariolino Corso può continuare a giocare e triangolare con Giorgio Bocca e Miguel Bosé dribblando più di Rino Gaetano e suo fratello figlio unico DC-PCI-PSI-PRI-PLI e Cgil-Cils-Uil ma anche Eni-Rai-Iri: e, avanzando in un campo asincronico, Edmondo Berselli, in una gradazione deamicisiana, tornare bambino, superare le Olimpiadi romane dopo aver fatto qualche ragionamento sul paese puzzone che andava a profumare di nuovo, e aver riletto il manuale “Come si gioca al calcio” senza guardare il volto severo di Guido Carli che tracciava, su una lavagna immaginaria più di quelle di Borrelli oggi, grafici pericolosi ma non dannosi, sentendo il primo Celentano e alternandolo a Villa in attesa dei Beatles su accelerazione di Boncompagni&Arbore, per arrivare al cospetto di Corso che:

“Evita il primo avversario con una finta appena accennata, supera senza fretta la linea di metà campo. dribbla con un passo bailado il secondo centrocampista che gli si fa incontro. A don Helenio gli si strozzano le urla in gola, e ammutolisce, mentre il Piede sinistro di Dio chiama a raccolta le sue limitate forze e riparte. Adesso sembra quasi veloce. Quel mona di Mazzola si è finalmente fermato. Corso si approssima all’area, gli si fanno incontro, inferociti, in due. Lui li supera mettendoli a sedere con uno scarto geniale, ma così facendo si è spostato troppo sulla sinistra. È a dieci metri dal portiere, però l’angolo di tiro è drammaticamente stretto, l’azione sembra finita. Acca Acca Uno si sta già ripromettendo che negli spogliatoi gliene canterà cuatro. Corso alza la testina, vede il portiere che gli corre incontro in uscita. Arriva a due metri dalla linea di fondo, sente la fatica che gli attanaglia le gambe. Potrebbe arrestare il pallone, girarsi con una piroetta e crossare: meglio che niente. Magari Peirò o Mazzola, di riffe o di raffe, tambien la metan drento. E invece no, alla forza del proprio destino individuale e individualistico non si fanno sconti: vede uno spiraglio, decide di fare tutto da solo. Un terzino gli si butta addosso, lui lo liquida con un gesto reso essenziale nella sua esattezza dallo sforzo fisico. Non c’è quasi spazio ragionevole per tirare e lui non è Mortensen, quello dei portentosi e terribili gol alla Mortensen. Ci prova lo stesso a un metro dalla linea di fondo campo, con la consapevolezza che novantanove su cento andrà male: colpisce di esterno, neppure troppo forte, e mentre lui finisce con una buffa capriola all’indietro contro i cartelloni pubblicitari, fra l’entusiasmo e la rabbia d’Europa si insacca quasi rasoterra, prodigiosamente beffardo, il più mancino dei tiri”.
[da “Il più mancino dei tiri”]

Un gol che è una vita, un gol che è una biografia, e che, forse, Ricardo Enrique Bochini, l’idolo di Maradona, poteva segnare e se Berselli fosse stato a Baires e non a Bologna avrebbe cantato, invece ha Corso – che voleva alla Juve anzi alla Ciuve come diceva Herrera procurando un fastidioso tic all’occhio dell’avvocato Agnelli –

“Con le sue calze alla cacaiola in un immaginario terreno di gioco europeo”

È sempre immaginario e affollato il campo di Berselli come le sue pagine e le sue versioni dei fatti, inseguendo galeanescamente un gol differente

“Perché un gol di Baggio, su punizione, dopo un fenomenale dribbling, con una trovata tecnica estemporanea, sarà sempre un gol strano e alieno, una specie di rivincita miracolata sulle sue ginocchia cigolanti così come su chi pretende che il football(football, non soccer) sia riducibile a una formula. Mi auguro e immagino che Baggio possa raccogliere un pallone a metà campo, scartare un difensore, vincere fortunosamente un rimpallo, raccogliere le ultime stille di energia e poi, quasi dalla linea di fondo, appoggiare in rete: una palla lenta, mentre tutta la difesa avversaria accorre invano, una traiettoria infinita da seguire con il fiato in gola.
[…] un gol archetipico. Quando lo segna, l’avrà segnato, lo segnerà a Bologna, e continuerà a segnarlo nell’eterno ritorno di quella finzione ciclica che chiamiamo realtà, ci sarà un boato clamoroso del pubblico
[…] Baggio il fragile, Baggio il buddista, Baggio il postmoderno, in mancanza di Baggio, il ricordo di Baggio è forse l’unica risorsa per vedere ancora il calcio, ogni domenica, come una festa cittadina: anzi, come una ricorrente piccola epopea, che si svolge sotto il profilo dei campanili, nelle nebbie padane, immaginando ventidue gol del Divin codino in una sola barbarica stagione, in una favola bella che illuse la Bologna degli intellettuali e dei macellai, degli accademici e dei gasisti, e magari è ancora capace di illuderci, solo a ripensarci”.
[da “Quel gran pezzo del’Emilia”]

Ma in mancanza di un Baggio si trova un Battisti che

“Agli esordi si presentava con i capelli lunghi ed elettrificati, e per qualche tempo anche con un paio di baffetti che avevano del posticcio. All’unica edizione del Festival di Sanremo a cui aveva partecipato come esecutore era apparso sul palcoscenico in una delle numerose versioni del Contadino, o del Provinciale, con la giacchetta strettissima e un maxi-foulard bianco e impossibile, gambotte corte e gluteo pimpante. Si capisce che doveva essere nelle intenzioni una sintesi fra l’Italia post-rurale e un accenno di flower power, avendo saltato con una trasvolata provvidenziale tutto il fordismo e la grande industria. Era il 30 gennaio 1969, di lì a pochi mesi sarebbe arrivato un autunno caldissimo, e intanto lui si permetteva di annunciare che «non può essere soltanto una primavera»: presentato da Gabriella Farinon, «accompagnato dal maestro Reverberi», aveva esordito con qualche incertezza di intonazione nell’attacco di Un’avventura, e poi invece aveva proseguito guadagnando una confidenza crescente, gesti via via più sicuri, prima facendo schioccare le dita e poi battendo le mani a ritmo, e infine concedendosi un tocco appena un po’ esagerato, come succede ai timidi, di spavalderia beat, roteando a ripetizione l’avambraccio nel mezzo del ritornello:
Perché non è una promessa…”
[da “Canzoni”]

Battisti un timido come lui, rimasto tale, come Scopigno

“Disteso con innata lascivia sulla sua poltrona, sorseggiando l’immancabile whisky come Yanez l’ennesima sigaretta, il trainer del Cagliari Manlio Scopigno ripassa su un Bignami la storia della filosofia. È o non è l’allenatore filosofo? Non porta maglioni dolcevita che più esistenzialisti non si può? E allora: tutto scorre, anche il migliore dei single malt. L’uomo è la misura di tutte le cose, il cocktail ne è la mistura. Nulla è, perché se anche qualcosa fosse, non sarebbe conoscibile: e se pure fosse conoscibile, non sarebbe comunicabile. Se poi fosse comunicabile, magari non ce ne fregherebbe niente. Per questo Scopigno parla per enigmi, o per sofismi. Una volta ha rivolto un’aspra censura all’arbitro Lo Bello: «Lei ha sbagliato la fenomenologia» (fra i denti però, dopo una opportuna epoche, aveva aggiunto meno filosoficamente: «coglione!. Scopigno che appartiene alla speciale categoria degli ulissidi, è un’intelligenza «greca», corrosiva, cinica, scettica, stoica, socratica, platonica, aristotelica tutto in uno; è l’autore di un bon mot riportato a lettere capitali nelle «Annales», pronunciato in occasione del Mundial di Mexico 1970: «Tutto mi sarei aspettato nella vita, fuorché di vedere Niccolai in mondovisione»”.
[…]
“Durante noiose trasferte, tirato tardi al bar dell’albergo discutendo di temi altamente filosofici con Albertosi, Manlio Scopigno guardava in tralice la bottiglia vuota sul tavolino e con un sospiro sintetizzava così la propria concezione della vita: «Non bisogna farsi ingannare dalle etichette. Ciò che conta è la cosa in sé: a dispetto delle apparenze, nella realtà esistono solo tre tipi di whisky: il whisky, il whisky doppio e il whisky triplo». Quanto al football: «Il calcio ha dieci comandamenti». Pregato di declinarli, recitava: «Primo, non prenderle. Secondo, non prenderle. Terzo, non prenderle». E sollevando beffardo l’occhio liquido verso l’interlocutore aggiungeva: «Devo proseguire?»”.
[…]
“– Scopigno spiegava: «Naturalmente avevamo predisposto alcuni schemi, ci mancherebbe altro. Da Greatti a Nenè sulla destra, cross teso verso il centro dell’area. Ma vedi caso, la palla è troppo alta, sorvola la testa di Boninsegna, sarebbe irraggiungibile e sprecata se non fosse che Riva, spalle alla porta, decide di sfidare l’impossibile, tenta la rovesciata in volo, colpendo la palla em bicycleta a tre metri da terra e spedendola alla velocità di centodue chilometri all’ora all’incrocio dei pali. E allora ditemi voi: di chi è il merito, dello schema o dell’uomo?»”.
[da “Il più mancino dei tiri”]

Ma c’era spazio anche per le trasgressioni, quella in campo era Sivori

“Sivori, «el Cabezón», è una vipera. Sivori gioca a poker fino alle cinque del mattino. Sivori si allena a stento una volta la settimana, poi va in campo e sciorina con impudenza art pour l’art. Sivori è un autentico hijo de la Pampa. Sivori è un’emanazione infernale, un fuco che pur essendo fatuo brucia dannatamente gli spiriti. Oltre che la faccia, sembra che abbia sporca, anzi, lurida, anche l’anima. Con i glutei che ondeggiano in una mal edifica finta danzata infliggendo il marchio dell’irrisione sugli avversari, infilando ingiuriosamente la palla fra e gambe del suo marcatore: «tunnel!», e una pernacchia con firma”.
[…]
“Un paranoico, quell’Herrera. L’indolente e insolente Sivori, che non lo può soffrire, lo ha eletto a suo nemico personale, inducendo a detestarlo all’unisono tutto il popolo juventino. Una domenica, «el Cabezón» in una fase interlocutoria del gioco si avvicina palla al piede alla panchina interista, e anziché proseguire utilmente l’azione scaglia da vero giustizialista il pallone contro la scolpita capoccia del Mago. Manca il bersaglio, ma il Comunale di Torino impazzisce di sudamericano entusiasmo, anche se poi la Juve perde malamente, in casa, contro l’avversario più odiato. Ma che importa? Lasciatelo divertire, il pubblico e quel gigione scapestrato di Sivori”.
[…]
“Se Sivori, dopo aver inflitto al torvo Furlanis un tunnel dopo l’altro, ne riceveva in cambio un canagliesco calcione fuori area, metà stadio erompeva nello sdegno per questo attentato al gioco, mentre l’altra metà sentenziava con fredda Realpolitik che il calcio «no es juego por señoritas»: e che Sivori quindi si leccasse il ginocchio senza fare lo svenevole con il pubblico o il matto con l’arbitro”.
[…]
“Se ti chiami Omar Sivori puoi arrivare tardi all’allenamento, infischiandotene delle rampogne dei vertici societari, e scendere in campo con gli occhiali scuri per nascondere due occhiaie da fare paura. Tanto, la domenica al Comunale, il raffinato degustatore Gianni Agnelli mica si informerà sull’andamento del lavoro di preparazione atletica svolto in settimana: l’unica cosa che gli importa è di assaporare un tunnel riuscito, un gol funambolico, anche un’invenzione fine a se stessa, un doppio passo, una carognata dell’ingegno”.
[…]
“Del perfido y caliente Sivori so subito tutto. So che lo chiamano el Cabezón, osservo che è uno spirito perverso, un’anima cattiva. Ma non appena lo vedo giocare, di fianco al gigante gallese John Charles, che apre gli spazi con la sua forza erculea e onesta, avverto come per ispirazione celeste che è il mio idolo. Non sono solo in questo giudizio. Mi sono sempre chiesto, dice una volta l’Avvocato, quasi quarant’anni più tardi, se tutto considerato, anzi  «toutes proportions gardées»come a quei tempi osa scrivere sul  «Giorno» il disinibito giovane narratore e saggista Alberto Arbasino, se insomma valutando le differenze di velocità e di atletismo fra il calcio di allora e quello moderno, Sivori valesse Maradona. E con lo sguardo pensoso, puntato verso un orizzonte lontano, che passa in rassegna partite mitologiche, match giocati nel paradiso del calcio, l’Avvocato conclude che insomma, forse il giovane Omar non era inferiore per classe e tecnica al sulfureo Diego Armando”.
[da “Il più mancino dei tiri”]

Sartori quella cattedratico-salottiera:

“Nei momenti in cui si risveglia la sua vena polemica, Sartorius assomiglia irresistibilmente al diavolo. Ha un bellissimo volto da Belzebù, lo sguardo è sulfureo, il ghigno è animato da uno spirito demoniaco, la gestualità è negromantica. Avesse anche la coda e il piede caprino sarebbe perfetto per un quadro di Hieronymus Bosch, ma non si può avere tutto dai politologi. Accontentiamoci, via. In quelle belle serate romane in cui l’intellighenzia si ritrova insieme, in certe ville e attici benissimo frequentati, potete immaginare il divo Sartori, con i suoi postulati e teoremi, mentre tiene banco come può fare uno scienziato che tenga corsi di recupero a una congrega di stolidi ripetenti”.
[…]
“Ovvio che Sartorius sa bene che tentare di convincere il ripetente è inutile, non ci riuscirebbe neanche con l’ipnosi; nessuno è più cocciuto di uno studente tonto nel sostenere con forza incorreggibile idee ribollite. Dunque, i discorsi del grande politologo sono accademici. Talvolta li esaspera un po’, nella forma e nel tono, per togliersi dai piedi i ripetenti troppo fastidiosi, che non si limitano ad ascoltare nel silenzio cerimonioso che si addice a Vanni, ma pretendono di interloquire e talvolta scuotono la testa esprimendo dubbi sugli argomenti sartoriali, magari contestando con argomenti d’accatto il totem amatissimo del doppio turno e altri principi ai suoi occhi discutibili, insomma, rifiutando il dogma dell’infallibilità. Questa sera, per esempio, il professor Sartori ha voglia di esagerare. Gli avrà destato una vaga irritazione la presenza di qualche fascistone, un La Russa, uno Storace, un Gasparri. In piedi vicino al buffet, centellinando un bicchiere di prosecco, avrà deciso allora di togliersi alcuni fastidiosi sassolini dalle scarpe. Perché vedete, dice alla piccola corte che gli fa da corona, il paese è abitato da una tale folla di ignoranti che chiunque può permettersi di fare il liberale sostenendo tesi intellettualmente spaventose o politologicamente criminali. E non parlo, dice Sartori, dei liberali plasmati per via accademica, come Angelo Panebianco, che hanno una loro professionalità, un’ottima credibilità scientifica e sono stati tradotti dappertutto: al massimo gli si può rimproverare di aver nutrito l’illusione che Berlusconi avrebbe fatto la rivoluzione liberale. Berlusconi. Liberale, ripete Sartori per vedere se qualcuno monta su. Perché, vorrà dire che non l’ha fatta?, chiede infatti un ripetente molto di destra, visibilmente rabbuiato, dal fondo del gruppo. Sartorius fa spallucce, si vede che comincia piacevolmente a irritarsi e come antidoto e carburante butta giù un sorso di prosecco. Come metà degli italiani, è convinto che l’Italia è caduta dalla padella nella brace. Per liberarsi dai democristiani ha consegnato la cassaforte ai berlusconiani. Con risultati molto importanti, che nessun manuale contemporaneo può permettersi di ignorare. E che in effetti, dice Sartori sfoderando il suo ghigno migliore, noi non ignoreremo: noi non approfondiremo, noi non sviscereremo”.
[da “Venerati maestri]

E quella letteraria, invece, era Arbasino:

“Sulla sua macchina per scrivere elettrica, il Maestro batte anche letterine brevissime ed essenziali, distribuendole come doni cinesi ai giornali amici, che solitamente le pubblicano con nonchalance o understatement nella rubrica della posta”
[…]
“Il Maestro evidentemente si rifà a certi suoi parametri politico-culturali che richiamano sempre l’illuminismo lombardo, e la figura di Carlo Cattaneo, con un tocco di scapigliatura, meditando il tutto con la sapienza retriva di alcune zie, continuamente favoleggiate, tutte nere e reazionarie, dotate di un buon senso mortifero. Solo che nel riandare al buon tempo antico e ai suoi topoi, fra proverbi e truismi, stereotipi e filastrocche, al Maestro non viene quasi ma la battuta, la canagliata, il colpo basso, si coglie l’arguzia del jab sinistro, ma l’uppercut non arriva”.
[…]
“Come alcuni funamboli del calcio brasiliano, che sono più interessati alla finta in sé che non alla finalizzazione, il funambolico trequartista Arbasinho preferisce girare attorno all’avversario o al problema, irretirlo in una serie di passi doppi, di rabonas come le faceva Diego Armando Maradona, di ruletas come quelle di Zinedine Zidane prima della testata atomica e beckettiana da finale di partita, per poi ritirarsi a contemplare alla moviola la bellezza della propria azione, emettendo risatine studiatissime, fregandosene bellamente se il Brasile o i fratelli d’Italia vincono effettivamente la partita o il campeonado. D’altronde, ci siamo forse dimenticati come l’aveva soprannominato Gianni Brera? Il mio Proust al flipper”.
[…]
“difatti il Maestro si trattiene, esita, e intanto indulge. E con un simile surplace riesce a rimanere nel luogo indistinto in cui si è sempre giovani, anzi, forever young, giovani e speranzosi. Chissà, forse gli manca il grande successo, non il bestseller come Umberto Ecco, Il nome della rosa, perché lui non avrebbe cuore di mettere il suo stile unico al servizio di un intrattenimento di massa, un sentimento popolare che può nascere solo da meccanici divini. Ma un exploit da cinquanta o centomila copie, uno di quei libri di nicchia che se la band di Giuliano Ferrara si impegna lo tramuta in un cult, non sarebbe una bella soddisfazione? Perché restare per sempre nella cripta degli intelligenti, degli eccentrici, dei marginali? Perché qualche volta a Citati tocca la soddisfazione della prima pagina e a lui mai? Ve lo dico io, perché: perché quando era il tempo di Scrittori e popolo, Asor Rosé e la sinistra egemonica e infallibile avevano un’altra idea della letteratura; quando è arrivato il disincanto, e in teoria più disincantato del Maestro non c’era nessuno, sono esplose le galassie popolari di Alberoni e Eco; e infine il pubblico è diventato così ignorante, ma così ignorante, che le fertili invenzioni stilistiche, i bon mots, gli ammicchi, le citazioni, l’attrezzeria di Arbasino risultano largamente incomprensibili non solo al popolo ma anche a certi scrittori. Sicché s’annoia, ripubblica cose, rose, reportage su mostre e mostri, scrive e riscrive ricordi del tempo in cui si poteva usare l’espressione jet set, senza passare per provinciali, in cui Roma era Roma, e via Veneto idem, il centro del bel mondo. e talvolta, nei suoi pomeriggi romani, nella penombra della controra, si fa prendere da una tentazione puerile – nulla suona meglio della parola puerile, se pronunciata con la schicchissima erre blesa di Arbasino, infinitamente migliore di quella di un’altra piccola vedette lombarda, Giulio Tremonti –, infila un foglio nel rullo della macchina elettrica, studia e inquadra gli spazi e gli incolonnamenti, e finalmente batte il titolo: Elenco italiano delle belle promesse, dei soliti stronzi, dei venerati maestri”.
[da “Venerati maestri]

insomma, Arbasinho come Van Basten e, come poi, l’aragosta: tutti con l’annoso problema di girarsi:

“Il vero e grave dilemma dei nostri tempi è rappresentato dalla relazione fra il progresso e le aragoste. Proprio così, la sinistra, motore del progresso, e i crostacei più costosi del mondo, tanto costosi che dopo qualche eroico tentativo, negli anni dell’euforia, hanno smesso di proporli in offerta speciale ai supermercati della COOP. Più in dettaglio: stabilire che cosa è progresso e che cosa è reazione, come si sarebbe detto una volta, o regressione, come si preferisce oggi. Scegliere fra la giustizia sociale e il privilegi, fra l’uguaglianza e la rendita di posizione. Bene, secondo i più aggiornati critici politici, molto progressista sembrerebbe la LAV, cioè la Lega antivivisezione, che fa esposti e denunce per opporsi alla vendita di aragoste esibite vive sul ghiaccio e con le chele strette dagli elastici, minacciando azioni legali contro i torturatori. È vietato far soffrire gli animali, anche quelli destinati in ogni caso a una fine atroce come la cottura nell’acqua bollente. A sua volta, e da un diverso punto di vista, rappresenta un bel caso di coscienza per la sinistra quello della tedesca Sarah Wagenknecht, giovane e carina europarlamentare della Linke (la sinistra antagonista tedesca), la cui assistente cercò di far sparire alcune foto in cui questa comunista dura e pura era stata immortalata mentre divorava proprio un’aragosta, ovvero un piatto capitalista, costoso, futile, che non sta bene sulle tavole proletarie. I giornali tedeschi si sono scandalizzati, gridando a una manipolazione stalinista, come quando il regime truccava le fotografie della nomenklatura a seconda delle fasi e delle convenienze. Con molta classe, e spirito classista, la signora Wagenknecht ha offerto una risposta degna del marx-dadaismo (o del marxismo nella tendenza Groucho): «Lotto per una società in cui tutti possano mangiare aragoste».
Dunque in che cosa consiste il progresso: nel salvare le aragoste, o nella lotta di classe per mangiarne di più?”
[da “Sinistrati”]

Nel dubbio e nel dribbling: emerge Berselli che, evitando di moraleggiare pallido e assorto, ride e con bellissimo distacco avanza, lasciando cadere il superfluo e la volgarità, ignorando la meschineria e con un tempo musicale e il carico di stupore scrive e scrive e scrive come se fischiasse, non dimenticando mai la bonomia emiliana, né la tragicità tedesca che ha appreso – senza far pesare – dalla filosofia, né l’importanza dei numeri che gli viene dall’economia, addentrandosi nel mistero italiano, il campo più difficile da calcare, il posto più ostile per chi aristocraticamente ma senza far pesare il proprio grado ha deciso di giocare e giocando di raccontare, senza smarrire le proporzioni, perdersi le lezioni del passato e della memoria né allontanarsi da quello che viene dalla provincia, e che di solito va rubricato come giovane, non perde nulla, Berselli, perché ha un orecchio gaddiano e una prosa più sciolta meno compiaciuta nella restituzione, è un animale da giornale anche se mai lo fu da redazione, un paradosso, con sfarfallio stilistico che oscilla tra il fumetto e il saggio, la canzone e la tivù, linguaggi diversi che convergono, ovviamente, in area di rigore, che poi è la pagina, dove tocca segnare o tirarla in direzione indicibile avendo le spalle di sopportare gli improperi e la delusione conseguente. Era uno strano tipo d’attaccante, per questo gli piacevano i dispari, i fuori campo, quelli che non si abbinavano a uno schema e che cambiavano spesso squadra, con mestizia ma senza lamento, costruendo il paradigma, il pretesto, l’allusione, per vedere l’effetto che fa.

[uscito su LO SLALOM]

Contrassegnato da tag ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: