Marvin Hagler: il guantone in testa

Nato dalla calce e dai mattoni, generato non creato dai cantieri, Marvin Hagler, divenne Marvelous, scavalcando le corde di un ring. Dall’edilizia si portò dietro i fratelli Pat e Goody Petronelli – che finirono nel suo angolo a fargli da manager e coach – e il gergo: quel buttare giù, che dalle pareti lui traslò ai pugili. E ne andarono giù in tanti, man mano che cambiava ring, combatteva e inseguiva il titolo di campione del mondo dei medi, quando la boxe era ancora avventura, fame, sangue, e si portava dietro la puzza della strada negli accappatoi e aveva spesso le pistole della mafia italo-americana dietro la schiena; quando la boxe riparava torti: la bici rubata di Muhammad Ali, o per Marvin Hagler una giacca di pelle sporcata dal sangue che gli aveva fatto uscire un tipo, Don Wigfall, in una lite in discoteca; quando i coach erano anche parasangue, e padri e amici e fratelli e fato, insomma quando la boxe non era ancora un programma del palinsesto notturno o peggio un reboot e nemmeno di Hollywood. Marvin Hagler, che diceva di avere un guantone dentro la testa, e per questo la appoggiava spesso sulla spalla dell’avversario prima di colpirlo e aprirgli le ferite dell’infanzia, andando a cercare colpe lontanissime: con un sinistro a rasoio e un destro a mazza di baseball. Una combinata che gli ha garantito 12 difese del titolo, 7 anni di imbattibilità da campione del mondo (’80 -’87), uno dei re della boxe e uno dei migliori pesi medi: 67 incontri, 62 vittorie (52 prima del limite), tre sconfitte e due pareggi. Il resto è stile, tanto da convincerlo a farne ornamento nel nome, se Muhammad Ali lo cambiò tutto, per avere una nuova vita, diversa da quella col nome di schiavo, a  Marvin Hagler, bastò un aggettivo tra il nome e il cognome: Marvelous. Un ornamento biografico, che lo accompagnò, e condizionò gli altri, moltissimo. Era mancino, con un destro che non era solo appoggio, ma incudine, difficilissimo da battere, che stava addosso agli altri pugili, amava la corta distanza, travolgeva, diventando un’ombra. Il destro apriva i campi, e il sinistro seppelliva. Hagler era ordinato, compatto e costante. Il suo attacco da affettatrice, fin quando non buttava giù l’avversario, le volte che ha tentennato, tergiversando e tenendo a freno l’affettatrice, ha perso, ai punti, ovvio, come con Sugar Ray Leonard. Ma Hagler si muoveva all’interno di una geografia cabalistica: nato a Newark – città di Philip Roth e dei Soprano – poi dopo i disordini del 1967, quando ci furono scontri tra la polizia e gli abitanti afro-americani, con 26 persone rimaste uccise per strada, la famiglia decise di trasferirsi in Massachusetts, a Brockton, dove era nato Rocky Marciano. Il più era fatto. Il resto venne andando in cantiere dai Petronelli arrivati da Casalvecchio di Puglia, che oltre chiodi, martelli, pale e picconi, calce e mattoni, trafficavano anche con ring e guantoni, gestendo una piccola palestra, perché la boxe, la chiesa e la mafia erano le uniche possibilità per scalare il sogno americano. «Aveva sempre bisogno di soldi» – raccontò Pat Petronelli al New York Times nel 1987 – «mangiava solo quello che poteva. Prendeva in prestito 50 centesimi per un panino, 25 centesimi per una soda e se li faceva sottrarre dalla paga del venerdì. Non spendeva niente a meno che non pensasse che fosse necessario». Hagler si tenne sempre in disparte, preferendo l’isolamento alle feste, il silenzio ai casinò, quasi che si sentisse un intruso. Eppure tutti i pugili della sua generazione e del suo peso sentirono i suoi colpi: Antuofermo, Hamsho, Hearns, Mugabi, Durán, Minter, ma anche Obelmejias, Briscoe, Monroe, Watts, Hart, e Sugar Ray Leonard. Il titolo lo vinse contro Alan Minter, nel 1980, a Londra, alla Wembley Arena, ed era il suo 54esimo match, non lo buttò giù, ma gli spiaccicò la faccia come un hot dog masticato da un pitbull, con al posto del ketchup il sangue: l’inglese aveva detto e ridetto che non avrebbe mai perso la corona con un nero. Hagler non sopportava d’essere trattato come uno da specie inferiore, e agì per dimostrare che era un grande pugile, anche se veniva dal ghetto o forse proprio perché c’era stato costretto a vivere. Dopo la vittoria, mentre era inginocchiato a ringraziare il cielo, fu sommerso da una pioggia di oggetti: lattine, bottiglie di birra, una damigiana, perfino uno scarpone, uscì scortato dai bobby, e non fece in tempo a festeggiare. Ma gli incontri rimasti indimenticabili sono quelli con Thomas Hearns (1985) e John Mugabi (1986), entrambi molto violenti. Il primo un bombardamento da Vietnam, il secondo un incontro nella giungla che sarebbe piaciuto a Joseph Conrad. Hagler ne era uscito inseguendo Hearns quasi fossero per strada, e picchiando Mugabi con il diretto come in un bar, a difesa abbassata, perché prima c’era stato l’inferno come non lo rivedremo mai più sul ring. Ma i suoi avversari più duri sono stati sua madre Ida Mae e sua moglie Caterina “Kay” Guarrera, una napoletana, che conobbe nella sua seconda vita, quella da attore. Hagler, assentatosi a soli 66 anni, apparteneva ai pugili dalla tensione concreta, pieni di stile e senza sgarri al galateo, facili da amare perché buttano giù gli avversari e aprono spazi nuovi sul ring.

[uscito su IL MATTINO]

Contrassegnato da tag , , , , , , , ,

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: