Burgnich, marinaio di terra: tackle e grappa

Il suo nome è fissato, più o meno per l’eternità, nella memoria di ogni italiano affetto da pallonite. Poi ci sono le immagini che seguono il nome, in una sembra un Cristo sacrificato sulla croce di Pelé, sotto il cielo dell’Azteca, la sua mano è distesa alla Goya a cercare il chiodo, mentre la testa del brasiliano segna lasciandolo con aereo stupore a guardare; nell’altra è un palombaro che scende nei fondali marini con Cousteau, ma lo squalo che gli sfugge era Ezio Pascutti. Il resto, tutto il resto, è gloria. Tarcisio Burgnich saltato fuori da un romanzo di Luigi Meneghello, personaggio malinconico con un nome che suonava – come i suoi passi da pistolero sui campi – e che tutti abbiam sempre sbagliato a pronunciare nella celebre filastrocca che si leggeva come una terzina dantesca – Sarti, Burgnich, Facchetti, citata persino dall’elitario Nanni Moretti in “Ecce bombo” – pronunciandolo come se fosse un pugno, invece era un nome da grappa, con la ìch da singhiozzo. Detta così, tutta la sua forza da “Roccia”, come lo aveva battezzato Armando Picchi, sarebbe stata sciolta, e allora la pronuncia giusta starà tra i confini del Friuli-Venezia Giulia, mentre per tutto il resto del paese avrà il nome sbagliato e la fama eterna. Burgnich o Burgnìch aveva cominciato imbottendo con il fieno le calze di nylon che portavano gli americani e creando palloni per le sue infinite partite, e palleggiando con le palline da cricket che perdevano gli inglesi. Il suo calcio era figlio del recupero di quello che gli altri lasciavano, aveva un alto tasso di pragmaticità e di immaginazione, le stesse caratteristiche che deve avere un marcatore: farla semplice immaginando quale mossa lo fregherà. È stato e sarà uno dei grandi difensori del calcio italiano e mondiale, duro da superare, difficile da vincere, ma non per questo cattivo, anzi, sempre leale come hanno riconosciuto Pulici e Riva, anche se chi l’aveva fatto impazzire era Dragan Džajić della Stella Rossa. In linea con Giacinto Facchetti, che era il terzino che andava – nel senso di discesa in attacco –, Burgnich era il terzino che restava – nel senso di difesa – ma quando andava anche lui ci scappava il pareggio, e che pareggio, in semifinale mondiale con la Germania nel 1970, il 2 a 2. Gianni Rivera scodellò un pallone per Gigi Riva, ma il tedesco Sigfried Held la stoppò di petto per Burgnich che in quell’area di rigore era l’uomo che non doveva esserci, ma per fortuna c’era e inchiodò il pallone alle spalle di Maier, oltre a tenere Gerhard Müller. Era nato a Ruda, provincia di Udine, un anno prima che l’Italia entrasse in guerra (la seconda, 1939), mentre suo padre aveva combattuto la prima dalla parte degli austriaci, in marina, facendo scalo a Grado, e Tarcisio era cresciuto con questa estraneità, poi suo padre se ne era anche andato in Argentina, e l’estraneità divenne nostalgia. Avevano un cognome da Germania dell’Est, almeno così ripeteva Onofrio, fratello e prete di Tarcisio. «Ma non cominciai a giocare in parrocchia. Giocai subito nel Ruda, in prima divisione. Poi nel Romans d’Isonzo. Andai a provare a Cormons per l’Udinese insieme con Bruno Pizzul, il gigantesco telecronista che allora giocava da centravanti. Poi lui andò a Catania e io a Udine. Giocai la prima partita in A in quello che sarebbe diventato il mio stadio, San Siro. Milan-Udinese, perdemmo 7-1». Dopo l’Udinese ci fu la Juventus, il Palermo e finalmente l’approdo all’Inter di Helenio Herrera – su visione di Italo Allodi – che ne fece un terzino completo, deciso, perfetto. Cinque scudetti e due Coppe dei Campioni, annullando Gento ed Eusebio. Si annodò a Facchetti – diceva di starci più che con la famiglia, per via dei numerosi ritiri di Herrera – e divenne parte di quella linea friulana che dalla porta alla panchina segna la storia della nazionale: da Bearzot a Zoff. Se con l’Inter ebbe la fama, con il Napoli trovò la leggerezza del piacere: «Quando l’Inter mi ha giudicato troppo vecchio, mi ha mandato a Napoli e a Napoli, con la zona di Vinicio, mi sono proprio divertito. Non c’erano grandissimi nomi, ma eravamo uniti e per un pelo non abbiamo vinto lo scudetto, nel ’75». L’uomo di confine, serio, dritto, giusto, allenò dal 1978 al 2001: «Mi chiamavano squadre costruite un po’ alla carlona, sempre nella parte destra della classifica, a volte con un piede nella serie inferiore». Sapevano che era un frate d’area di rigore – ora et labora – in area s’era perso Pelé, in area aveva salvato l’Inter, in area l’aveva trovato Rivera per il gol più importante della sua carriera. Marinaio di terra: tackle e grappa, ad ogni affondo un ricordo, ad ogni ricordo un sacrificio.

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