Simon Kjær, invictus

Senza nomeNel tempo immobile del dolore, Simon Kjær è stato il movimento della salvezza. Non ha avuto bisogno dell’invocazione whitmaniana – O Capitano! mio Capitano! – che i ragazzi de “L’attimo fuggente” trasformano in refrain per uscire dal conformismo, no Simon Kjær, capitano della Danimarca che oggi tutti conoscono, si è mosso con una efficienza da pronto soccorso, ha spostato la lingua di Christian Eriksen, l’ha adagiato su un lato, e poi lasciato spazio ai soccorsi, chiamando a protezione del suo corpo il resto della squadra, sembrava la “testuggine” invocata dal “Gladiatore” Russell Crowe. Non c’erano soldati romani, ma un esercito di telecamere. Poteva bastare? No, certo che no, è andato incontro alla compagna di Eriksen, Sabrina Kvist Jensen, corsa in campo, per tenerla in un abbraccio. Gli europei li ha vinti lui, con tutto il carico di epica. Mentre il resto del mondo rimaneva bloccato davanti all’inciampo del ragazzo Eriksen, scoprendo l’effimero della vita che si può dissolvere in un attimo, Kjær procedeva spedito incontro alla vita. Tutti si rassegnavano al peggio, mentre lui rincorreva la luce come un pallone. Un uomo raro, che ha seguito l’istinto, apparendo come quei personaggi – e prima persone –  che ormai solo Clint Eastwood racconta. La sua forza, la sua determinazione, la sua capacità, e poi il defibrillatore, hanno salvato Eriksen, e hanno permesso all’Europa di tornare al circo, con Lukaku che poche ore dopo segnava e mandava baci – «Chris, I love you», cartolina da San Pietroburgo –, con il pallone che tornava a rotolare persino per la squadra danese, che poi perdeva, ma senza nessuna importanza, perché l’inciampo di Eriksen e del suo cuore hanno ristabilito priorità. Negli anni la figura del capitano s’è fatta sempre meno rappresentativa di certi valori e sempre più identificativa del marketing, anche in nazionale, Simon Kjær ha ridato importanza al ruolo e alla fascia, ha dimostrato di avere padronanza del campo e dei corpi, uno che sa dove andare e come andarci. Sembrava uno Shackleton (glorioso capitano inglese), uno da mare, che esce in oceano e torna a salvare i suoi uomini rimasti bloccati al Polo sud, qualcosa di raro e lontano, proprio perché fatto con semplicità, abitudine, con un altruismo e una generosità perduta, mentre fuori dal campo regna l’indifferenza, nell’Europa che guarda le immagini degli annegati nel Mediterraneo e riesce a non sentire la colpa, o peggio a farci voti, con la coda della pandemia in corso e la negazione di questa, Kjær è la vita che si riprende il suo posto, l’umanità che non ha bisogno di un dio per fare il bene e il meglio per il prossimo. È l’ultimo uomo rimasto, non in difesa, proprio nel calcio, quello capace di andare oltre l’indifferenza e il blocco del dolore. La morte spaventa e l’occidente fa di tutto per rimuoverla, tanto che poi si meraviglia quando gli uomini come Simon Kjær sanno che fare, come se stessero in mare, come se avessero sempre fatto quei gesti, con quella prontezza di riflessi. È solo attitudine al comando, disinvolta capacità di tenere la calma e fare la cosa giusta. Poi ci faranno i corsi, rimanderanno le immagini, e tutta la carriera di Kjær – uno che ha giocato nei migliori campionati europei meno che in Premier – sarà rapportata al gesto da romanzo. Ma lui manterrà la compostezza del suo stare al mondo, una semplicità da western, che unisce Frank Capra e John Ford, che avrebbe fatto felice Kurt Vonnegut e Dino Buzzati, qualcosa che fa tornare Gaetano Scirea e Agostino Bartolomei, perché i campioni, quelli veri, salvano vite, anche solo giocando, e spesso il chiasso intorno glielo fa dimenticare, spesso il gioco li disperde, ora così fluido, scompaiono i ruoli fissi, si perdono i capitani, passano veloci le facce, i gol, le partite, i campionati, e allora servono gesti senza palla per ridare importanza al correre dietro una palla. Bambini che si sognano adulti e adulti che tornano bambini, in mezzo gli uomini, rari, i capitani, poi anche calciatori, come Simon Kjær.

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