Dopo “Il sorpasso” l’estate non è stata più la stessa

Senza nomeUna spider e due solitudini che s’incontrano. Roma, inizio anni Sessanta, zona Balduina, quartiere di strade lucide e palazzi appena tirati su in occasione dei giochi olimpici, deserto causa Ferragosto. Nasceva la nuova Italia, analizzavamo per poi riderne i nostri difetti. La ricerca delle sigarette e poi di un posto dove mangiare, diventano un viaggio da Roma in su, lungo l’Aurelia, fino a Castiglioncello, con l’estate a guardare. “Il sorpasso” diretto da Dino Risi e scritto con Ettore Scola e Ruggero Maccari è un trattato sociologico sul boom, una analisi dettagliata sulle nostre due anime – quella eccessiva e quella riflessiva – incarnate dai tre protagonisti: Vittorio Gassman/Bruno Cortona e Jean-Louis Trintignant/Roberto Mariani e la Lancia Aurelia B24 che li porta in giro:  un gigione magliaro maestro di cinismo, uno studente di legge romantico e sognatore, e un’auto decapottabile e scattante. Il primo tira via il ragazzo dai libri, e il secondo gli regala una compagnia e un po’ di speranza, l’auto fa da contesto mobile, stanza di riflessione e slanci. Il film acchiappa l’estate nel suo essere movimento, onda emotiva su onde di calore, passaggio da un luogo all’altro in cerca di risposte e di attimi di dimenticanza, in un crescendo d’effimero fino a farsi drammaticamente realistica nel finale. Vediamo Bruno e Roberto correre e crescere, attraversare le vite degli altri per sfuggire alle proprie, con una differenza: Bruno non vuole mai tornare, mentre Roberto è ossessionato dal ritorno a casa per tutto il film, tranne nel finale. Il loro viaggio attraversa una Italia euforica e speranzosa, ingenua e mai superba, mentre si sente crescere il rumore della modernità in sottofondo. Le auto diventano l’espressione del boom, della corsa che il paese sta per fare, c’è fermento e nel fermento il ticchettio del tempo diventa secondario. Gassman/Cortona non sa bene dove andare ma comunque ci va, con i suoi difetti, la sua prestanza fisica – stringe come una guepiere quando balla, gli dice la moglie di un commendatore col quale ha combinato un certo affare – e le sue meravigliose battute – contro la Loren, Antonioni, l’archeologia – “scoleggiando” sull’Italia intellettuale, salvando solo Modugno. Trintignant/Roberto sa dove andare prima del viaggio:  studiare, laurearsi, e poi corteggiare la ragazza che ama, Valeria, almeno fino a quando al cospetto del cugino Alfredo – svelato da Gassman – non scopre il conformismo del progetto, con la brava moglie, lo studio da avvocato a Tarquinia, la Fiat 1500, insomma la nascente borghesia contro la quale si scaglieranno anche Pasolini, De André, Lolli. Però è Dino Risi e quindi c’è una delicatezza e soprattutto una leggerezza da schiaffo e via, in una continua costruzione di scene meravigliose legate con divertimento, battute, e telecamera che attraversa la vita senza indugi, compiacimenti, tempi morti, un ritmo pazzesco che diventa respiro e sguardo: si sente il viaggio e il tempo che corre, un giorno e mezzo di film riassumono un mondo. Risi è bravissimo a raccontare le nostre estati, come stagioni del cambiamento, dell’avventura e della crescita. Lo aveva fatto prima con “Poveri ma belli”, lo rifarà dopo con “L’ombrellone” e “Il giovane normale”. È uno dei grandi film della commedia italiana, “Il sorpasso”, ma è anche molto più profondo dei canoni classici del genere, con personaggi che sono diventati categorie, e inseguimenti e corse in auto che anticipano i poliziotteschi. I grandi registi perfezionano una tradizione o iniziano una moda cinematografica, Risi fa entrambe le cose. Le estati dopo “Il sorpasso” non sono più state le stesse. Il suo film è un soffio di vita che imprigiona per sempre l’estate e la sua seduzione, solo un libro riesce a fare uguale: “L’estate incantata” di Ray Bradbury. Eppure c’è poco mare, tanto Gassman, poche spiagge, tanto Trintignant, poche donne, tante riflessioni. Una anomalia, con presagi di morte. Il film ha molti livelli di lettura, c’è quello principale dell’estate e delle possibilità, quello secondario del boom economico e della corsa sfrenata che il paese sente e che intraprende, e poi c’è quello omerico dei presagi e della morte, come chiusura impensabile per la commedia italiana e soprattutto per Mario Cecchi Gori, produttore del film che si oppose fino all’ultimo giorno di riprese. Ma la malinconia di Risi, e la sua cocciutaggine ebbero la meglio: sapeva che quel tocco bergamaniano in lui wilderiano di ferro avrebbe dato un grado altissimo al film, l’inatteso come nella vita. Perché in fondo «i cinematografi sono supermercati che vendono amore e paura».

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